Quello che voglio augurare a chi passerà di quì è un’infinità di cassetti da riempire e svuotare continuamente, piccoli scrigni senza ante dove il mondo possa sostare solo un po’, affinchè ci appaghi, ma che poi sfugga via, più bello, perché intriso di noi, verso altri, affinchè la conoscenza, la cultura, la creatività, la passione, la gioia di fare le cose che amiamo, si diffondano come polline odoroso capace di rendere fertili altre menti ....
venerdì 30 dicembre 2011
sabato 17 dicembre 2011
L'arte è Vita!
Neera Hashimoto - Flower of love -
L’arte
è il profondo desiderio dell’individuo di collegarsi a tutta l’esistenza; di
connettersi e di esprimere la vita stessa. Migliaia di anni fa, nelle grotte di
Altamira in Spagna, molto prima che nascessero le prime scuole d’arte, antiche
tribù di cacciatori dipinsero bisonti e altri animali con grande sensibilità e
accuratezza. La loro arte non era il risultato di una tecnica appresa con
impegno. Era una semplice preghiera dell'espressione umana.
Nella
società contemporanea, l'arte viene trattata sempre più come un'entità separata,
una cosa riservata agli specialisti, come qualsiasi altra professione. È un
peccato perché dipingere non è soltanto un diritto di tutti; è anche uno dei più
grandi strumenti per risvegliare la propria consapevolezza.
L'espressione
creativa non è altro che la nostra energia vitale, è come sangue invisibile che
scorre nel nostro corpo. L'intelligenza per creare è nascosta in noi e può
uscire fluendo come una sorgente che sgorga dalla cima di di una montagna; è
senza fine, abbondante e deliziosa.
La
pittura può essere uno specchio che ci permette di guardare profondamente
dentro noi stessi.
Quando
dipingiamo con consapevolezza, chiunque noi siamo, qualunque cosa sentiamo in
quel momento, troverà espressione sul foglio e vi resterà impresso mostrandoci
a noi stessi.
È
necessario solo rimanere aperti e osservare. In questo modo attraverso la
consapevolezza di ogni istante, è possibile una rivoluzione della
consapevolezza, perché la mente non ha spazio per tornare alle vecchie
abitudini di commentare, giudicare, criticare o dare istruzioni.
Vivere
ogni momento vuol dire dare spazio all'intuizione e alla spontaneità . Una
volta che si impara questo segreto, dipingere è pura gioia e divertimento e
offre la chiave per aprire tutte le porte e le finestre della nostra
intelligenza creativa.
Liberamente
tratto da:
Meera
Hashimoto
Il
risveglio dell’arte
Ed.Urra
domenica 27 novembre 2011
Un Collage per "guarire" ....
Gabriella Costa - "il senso di un viaggio"
Dopo un lutto, una separazione o quando si devono
affrontare scelte difficili: sono tante le situazioni nelle quali si sente il
bisogno di “rimettere insieme i pezzi” della propria vita o di “ricomporre i
cocci” dopo esperienze laceranti. Per farlo, c’è una tecnica che, proprio
perché rappresenta una metafora di questo percorso, può aiutare a fare il
“patchwork” giusto di interessi, emozioni, valori. Questa tecnica si definisce
Psico-collage ed impararla è davvero facile. Ecco come fare.
Una tecnica dell’arteterapia
Matite o tempere, creta e collage: tutte le varie
tecniche artistiche possono costituire degli efficaci strumenti terapeutici e
di crescita personale. L'arteterapia, infatti, può essere definita un
intervento di aiuto che utilizza i materiali artistici e il processo creativo
come sostituzione o integrazione della comunicazione verbale essa si fonda sul
concetto che il “fare” (in questo caso fare-arte) produce ben-essere, aumenta
l’autostima facendo sentire la persona come un individuo in grado di “fare”
migliorando così la qualità della vita. Inoltre attraverso l’arteterapia si ha
la possibilità di attivare quelle risorse che tutti possediamo ma che spesso
dimentichiamo di avere attuando attraverso il processo creativo la capacità di
dare una forma al proprio vissuto trasmettendolo creativamente agli altri. L’arte
possiede il grande pregio di esprimere e rendere visibile quello che è
difficile comunicare a parole, essa diventa così un mezzo di comprensione e
attribuzione di senso dei propri vissuti. Infatti mentre le parole implicando
la concettualizzazione del disagio possono mentire, nascondere o dimenticare ;
le immagini non mentono, sono immediate prendono forma dal profondo di noi
stessi by-passando tutte le difese.
Come si pratica.
Perché l’arteterapia sia davvero efficace, però,
questa non deve essere improvvisata, ma, almeno all’inizio, è necessaria la
guida di un esperto. Nel suo studio, l'arteterapista prepara i materiali e
l'ambiente in modo da creare un clima di rilassamento e tranquillità per un
paziente o anche per un gruppo che parteciperà alla seduta.
Lo scopo.
Attraverso l’espressione artistica, la persona
esprime contenuti personali che possono essere ricordi, sensazioni, emozioni ed
attua un riconoscimento di sé e della propria presenza in grado di lasciare una
traccia. Inoltre, nel momento in cui le sensazioni si traducono nell'oggetto
artistico, avviene un processo di autocomprensione più profonda. Questo accade
perché il riuscire a raffigurare immagini, sentimenti ed emozioni, dando ad
essi una forma visiva concreta, permette di poterli osservare come qualcosa di
staccato da sé, mettendo in atto quella “distanza emotiva” necessaria alla loro
esplorazione. Ecco allora che anche nelle immagini più
cariche di sofferenza e di angoscia (ad esempio il ritratto di una persona cara
che non c’è più) si crea uno spazio di comprensione ed elaborazione.
Cos’è lo “psico-collage”
Lo psico-collage, quindi, non è altro che una forma
di arteterapia che si avvale dell’uso di questa tecnica artistica. Ecco in cosa
consiste.
Cos’è il collage.
Come tecnica artistica, il collage appare per la
prima volta agli inizi del ventesimo secolo, con gli artisti del novecento. La
parola "collage" viene dal francese e significa letteralmente
"incollare", così oggi si definisce con questo termine, qualsiasi
manufatto realizzato incollando sulla superficie uno strato, ovvero un’opera
ottenuta attaccando insieme elementi, anche diversi, come carta di giornale,
carta da parati, illustrazioni, stoffa su una superficie piatta. Per quanto
riguarda il suo uso in arteterapia, questa tecnica è una delle più semplici,
proprio perché si avvale del solo uso di carta, forbici e colla e non prevede
una particolare predisposizione alla manualità. Non a caso è uno dei primi
procedimenti artistici che vengono insegnati ai bambini nelle scuole.
La versione “psicologica”.
Il collage psicologico è caratterizzato dal fatto
che, pur restando invariata la tecnica, sono i “ritagli” o inserti scelti ed il
loro modo di combinarli ad avere un valore speciale, proprio perché si tratta
di “immagini” che ci riguardano da vicino, che in qualche modo parlano di noi.
Il foglio bianco diventa lo schermo su cui proiettare i nostri fantasmi, le
nostre paure, i nostri ricordi, una sorta di filo d’Arianna che ci conduce
attraverso il labirinto del nostro inconscio fino al centro di noi stessi. Esso
ci permette di mettere in scena la nostra fiaba interiore accedendo al nostro
immaginario lasciando tuttavia intatte le nostre difese. Infatti in arteterapia
il Collage è una grossa maschera che rispetta molto le difese di chi lo fa :
attraverso una immagine ci si può nascondere e permettere che essa parli in
nostra vece.
In più è un ottimo mezzo per abbassare il critico
interiore, colui che mina continuamente la fiducia in noi stessi non
necessitando di alcuna particolare competenza artistica.
Inoltre dal punto di vista strettamente psicologico
attraverso le varie fasi: la scelta dell’immagine, la de-struttrazione (taglio
o strappo della figura) e la ri-configurazione dello scenario (che fino
all’incollaggio può essere riposizionato all’infinito), permette di
sperimentare , ri-creare e ri-organizzare nuove e diverse ambientazioni come
possibili metafore di situazione di vita.
Come fare un collage "psicologico".
Anche la tecnica del psico-collage dovrebbe essere
appresa da un primo incontro con un terapeuta che possa aiutare ad esplorare il
risultato finale, ma, una volta apprese le chiavi di lettura dei propri lavori,
questa tecnica si può applicare anche a casa. Ecco come.
Creare l’ambiente giusto.
Bisogna prepararsi al momento di psicocollage con
cura, scegliendo un’ora della giornata o della settimana in cui ci si senta
liberi e non si vada di fretta. E’ importante anche scegliere un angolo della
casa consono, di solito riservato, luminoso e dove poter raccogliere anche una
buona mole di materiale (riviste, cataloghi, poster…).
Scegliere i ritagli.
E’ questa la fase più importante: cercare di capire
quali immagini descrivono meglio lo stato d’animo che vorremmo rappresentare,
sia esso di gioia, tristezza, inquietudine oppure, e questa è la cosa che di
solito invito i miei clienti a fare, farsi catturare dall’immagine
senza riflettere molto cercando così di far lavorare la parte destra del
cervello quella più legata all’inconscio . Questa ricerca si può
fare utilizzando riviste o cataloghi ma anche la rete può aiutare. Allora, se
riusciamo a dare un nome alle immagini che “desideriamo”, possiamo
tranquillamente cercare su internet, scegliendo e stampando quelle che,
d’istinto, rappresentano bene sentimenti e sensazioni del momento che vorremmo
esprimere. In altre situazioni, quando cioè, si vivono stati di malinconia,
rimpianto o si fa fatica ad elaborare una perdita, possono essere utili
materiali personali come foto, vecchi biglietti, pagine di diario.
Fare il collage.
Una volta raccolto tutto il materiale, si può
passare alla fase di assemblaggio vera e propria. E’ sufficiente scegliere un
supporto ed iniziare a sistemare le varie immagini prendendosi tempo per
cambiare o spostare i vari accostamenti solo quando si è soddisfatti e si sente
di aver finito l’opera si può incollare ed in seguito è molto
importante dare un nome al proprio lavoro in modo da riportare a livello di
coscienza quello che si è fatto di istinto ad incollare, creando gli accostamenti
in base all’istinto e senza pensare al fatto di dover ottenere un’opera
artistica.
Guardare se stessi attraverso il collage.
Una volta terminato il lavoro, si può passare alla
terza fase, la più delicata che consiste nell’esplorazione del risultato ottenuto;
soffermandosi sulle risonanze che le varie immagini evocano in noi (cosa mi
dice quella foto? Cosa mi ricorda?) oppure sugli accostamenti tra i vari
elementi immaginando, magari, un ipotetico dialogo tra di loro In sintesi: in
questa fase è giusto guardare l’opera come un film o un fotoromanzo: con la
massima sincerità possibile e cercando di dare attraverso il collage un senso
allo stato d’animo di partenza cercando di dare un nome all’emozione che sale
in figura dallo sfondo .
Ripetere il procedimento.
L’obiettivo dello "psico-collage" è quello di fare
chiarezza dentro di sè, portando fuori emozioni e sentimenti e permettendo
così, di vivere questi stati d’animo come spettatori e non come attori. Questo
è fondamentale per l’elaborazione degli stessi. Però, per andare davvero in
profondità dentro se stessi, non ci si può fermare ad un solo esercizio.
Quindi, è importante che lo psicocollage diventi un’abitudine, un appuntamento
con se stessi e con la propria interiorità.
Il Collage è una tecnica assolutamente adatta a
tutti :
- per gli anziani può essere un modo per legare con un immaginario filo i ricordi sollecitati da immagini oppure da vecchie fotografie
- per i disabili è una maniera per innalzare la loro autostima creando qualcosa di artisticamente valido
- per i bambini il tagliare e incollare è uno dei primi “giochi” che li fa sentire artisti in erba
- per gli adulti con la sindrome del “non so fare nulla” è un approccio che cambia completamente la loro prospettiva del “saper fare”
- Favorire la comunicazione delle proprie emozioni
- Promuovere l’autoconsapevolezza e l’accettazione di sé
- Sviluppare la propria identità creativa ed immaginativa
- Innalzare l’autostima tramite l'atto creativo
(Servizio di Manuela Longo con la consulenza tecnica di Gabriella Costa apparso su SANI E BELLI nr. 43)
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giovedì 24 novembre 2011
Il permesso di essere creativi
Sabry-Art - "Albero della vita" - murales
Il verbo italiano creare, al quale il sostantivo creatività rimanda,
deriva dal creare latino, che condivide con "crescere" la radice KAR.
In sanscrito, KAR-TR è colui che fa (dal niente), il creatore.
Creare significa
propriamente produrre qualcosa che
appaia ai più come nuova ed originale. Possiamo anche dire che la creatività è
un particolare processo attivato dall’uomo nel suo relazionarsi con il mondo
esterno allo scopo di dare ad esso un significato personale che si rifà alla
sua realtà interiore. Sono i nostri desideri e i nostri bisogni che ci spingono
ad agire creativamente. Se non avessimo desideri, sogni e sentimenti non ci
sarebbe la tensione emozionale e cognitiva necessaria per dare il via ad un
processo creativo capace, potenzialmente, di modificare la realtà con i suoi
effetti.
D’altra parte è
la realtà che ci fornisce i mezzi e gli strumenti necessari all’azione
creativa: nulla si crea dal nulla ed ogni atto creativo, così come ogni nuova
idea scaturisce dall’esistente. La creatività non è un atto magico che dal
nulla fa nascere qualcosa, ma è una sorta di ricombinazione delle strutture e
delle informazioni che abbiamo a disposizione per dar voce ad un bisogno
consapevole od inconsapevole, primario o meno che cerca soddisfazione nella
realtà.
La creatività
nella sua forma più profonda è una celebrazione della vita, della nostra vita,
un’autoaffermazione energica del nostro essere al mondo : SONO QUI! POSSO ESSERE QUALSIASI COSA! POSSO FARE QUALSIASI COSA!
In questo senso
diventa quindi anche un atto di coraggio: è la rottura dei confini per crearne
di nuovi ascoltando quel bisogno che dentro urge di essere affermato,
rischiando anche il fallimento o il ridicolo in nome del cambiamento.
Infatti il “sine
qua non” del processo creativo è il cambiamento, la trasformazione di una forma
in un ‘altra, di un simbolo in una intuizione che attraverso metamorfosi
diventa “qualcosa d’altro”.
La creatività è
l’affermazione della vita che si muove oltre se stesa. Una vita scarsamente
esposta al mondo e alle possibili esperienze ha poche probabilità di essere
creativa. “La creatività è impaziente di
fronte al ristagno dell’esperienza; non può fiorire in un ammasso di polvere”
(J. Zinker).
L’atto della
creazione è un bisogno fondamentale, come respirare , è il bisogno di lasciare
una traccia ; dobbiamo correre il rischio e darci il permesso di proiettare le
immagini più personali sugli oggetti, sulle parole o su altri simboli
tras-formandoli in qualcosa di nuovo. Ogni uomo è pieno di proiezioni e nello
stesso tempo ha paura di esprimerle del tutto. Comporre musica, fare un quadro,
una scultura o semplicemente creare un cambiamento nella propria vita è come
correre il pericolo di lasciare andare il proprio cuore, la propria anima nel
mondo avendo paura che nessuno voglia fruirne.
Rimanere eterni
incompresi blocca l’azione, ci fa restare in balia degli eventi non più
“creatori” della propria vita bensì burattini in mano al “destino” indiscusso
regista della nostra esistenza.
Come dice Maslow “la creatività autorealizzante viene
emessa come radioattività e irradia tutta la vita... è come la luce del sole;
si diffonde dappertutto ...” e alla luce non ci si può opporre.....
"Alla fine tutti siamo portati a scegliere tra la dipendenza e la creatività"Linda Leonard Schierse
venerdì 18 novembre 2011
Diario Visivo delle emozioni ...
www.flickr.com io-corallo "Obliterazioni"
Il
Diario clinico è uno strumento molto usato sia in campo terapeutico sia nel
counseling; esso è un registro giornaliero su cui far annotare cronologicamente
al cliente tutto ciò che lo riguarda sia come avvenimenti, sia soprattutto le
confessioni, i sentimenti e le emozioni più profonde.
Da
questo punto di vista il diario presenta dei notevoli vantaggi autoriparativi:
lo scrivere, infatti, ha la capacità di favorire l’esplorazione di sé
permettendo con gradualità di entrare nel mondo delle proprie emozioni in modo
da dare un nome a quello che si prova consapevolizzandolo.
Inoltre
esso può essere un posto sicuro, nascosto agli altri, in cui dar voce a tutte
le sofferenze e i dispiaceri senza paura di essere giudicati, un momento dove
ci si può auto consolare e auto sostenere.
Chi
scrive il diario cerca di familiarizzare con i moti contraddittori del suo
essere collocandosi su un piano altro da cui scoprire che la contraddizione non
lo spacca più in due ma è parte di sé. Impara così che il lato attivo ed il
lato passivo, il lato oggettuale e quello soggettivo, il lato bisognoso e
quello potente gli appartengono.
Come
ho già scritto in precedenti post qui e qui l’arteterapia e il counseling
espressivo puntano sulla comunicazione delle emozioni e dei sentimenti in forma
visiva.
In
una seduta tipica si chiede al cliente di esprimere attraverso un prodotto
artistico ciò che prova nei confronti di sé e degli altri. Le emozioni sono una
fonte importante di immagini e rappresentano un punto di partenza significativo
per l’esplorazione di sé.
Usare
l’arte è un modo per by-passare le resistenze che la nostra mente innalza per
paura di toccare punti dolenti; a volte può bastare l’atto stesso di prendere
la matita e tracciare linee sulla carta per cominciare a rilassarsi lasciando
che emozioni e sentimenti affiorino in superficie per poi inquadrarli in un
contesto.
Da
qui l’invito che spesso rivolgo ai miei clienti di tenere un diario in cui la
parola scritta viene sostituita da una narrazione visiva. Disegni, schizzi,
scarabocchi, collage per individuare sentimenti nascosti o non riconosciuti da
portare poi in seduta per trovare loro la “giusta” collocazione.
Di
seguito alcuni suggerimenti per creare il vostro diario visivo:
- Scegliete un blocco da schizzi di media grandezza in modo da poter essere liberi di usare diversi materiali compreso il collage.
- Prendete una cartellina in cui riporre i lavori .
- Ogni volta che vi accingete ad introdurvi un’immagine chiedetevi: ”come mi sento oggi?” e lavorate ascoltando quello che il corpo , la mente e il cuore vi rimandano.
- Cercate di tracciare semplici forme o colori, o anche solo ritagliare immagini da una rivista, per rappresentare il “come mi sento” del momento. Nessuno giudicherà quello che avete fatto, siate assolutamente liberi di depositare sul foglio tutto quello che emerge.
- Se non vi sentite di disegnare, potete usare il collage, scegliendo colori superfici e immagini che rispecchino le vostre emozioni nel “qui e ora” o anche soltanto immagini e fotografie che vi attirano.
- Una volta terminato, annotate la data e un breve titolo. Aggiungete poi un commento sul retro del disegno.
- Se lo fate per qualche settimana, disponete in fila le immagini in ordine cronologico e riguardatele, cercando somiglianze di forma, colore o contenuto. Osservate se le figure si sono evolute nel tempo… se ci sono emozioni ricorrenti .. in che modo le rappresentate.
- Provate poi a scrivere che cosa vi raccontano i vostri lavori…. Lo potete fare sotto forma di fiaba…. racconto … poesia ….
E ricordate solo voi avete la chiave
per accedere al vostro mondo interiore e ri-trovare quello che siete sempre
stati!!!!
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mercoledì 9 novembre 2011
L'Arte-Terapia come spazio del possibile
Giovanna Lentini - Red Gallery -
Sono
almeno tre le caratteristiche che ci rivelano come il processo e lo sforzo
creativo nella produzione artistica possano avere una funzione “terapeutica”:
- La creazione di uno spazio di comunicazione flessibile con il proprio ambiente
- La capacità di saper distinguere tra mondo interno e mondo esterno, cioè tra fantasie, desideri, bisogni e realtà
- La capacità di regolare e trasformare le proprie emozioni.
Tutti
e tre questi fattori sono strettamente interconnessi e riproducono le
trasformazioni che caratterizzano la crescita cognitiva ed emotiva di ogni
persona, lo sviluppo, quindi dei processi di pensiero, la possibilità di vedere
gli oggetti del mondo reale e di elaborarne una rappresentazione mentale.
Nelle
arti-terapie la presenza di oggetti e il ruolo che questi assumono nel processo
appaiono di notevole importanza per comprendere la tecnica in quanto tale, lo
spazio di comunicazione che si viene a creare tra artcounselor (o arte
terapeuta) e cliente e i processi di regolazione emozionale.
Quando
si parla di “oggetti” ci si può riferire tanto a “oggetti pulsionali” ossia al
legame che si crea con l’agevolatore, per cui quest’ultimo diventa la “base
sicura” mancata e mancante, tanto a quegli oggetti concreti, come un disegno,
suoni, prodotti artistici. Questi ultimi oggetti sono più vicini a quello che la nostra
attività percettiva individua come appartenenti al mondo esterno e dotati di
specifiche forme e caratteristiche strutturali che diventano però, nell’ambito
della creazione artistica, simbolo di un “interno” che è impossibile fare
emergere in altro modo.
Simbolo,
nel significato etimologico di “mettere insieme” il fantasmatico, che corrisponde alla creazione di un secondo universo
esistente solo nella mente di chi lo attua; il cognitivo, per cui l’emergere del simbolo equivale al legare
mentalmente determinati eventi del mondo esterno e a fornire così una prima
chiave per una comprensione olistica del mondo esterno e l’affettività, che permette all’emergere del simbolo l’elaborazione
del dolore della separazione e il controllo delle emozioni.
Nello
sviluppo della trasformazione simbolica dei contenuti del mondo esterno secondo
la triplice valenza fantasmatica, cognitiva e affettiva si possono individuare
i confini dello spazio della creatività individuale. Spazio che diventa “area transizionale” , ciò che è a metà strada tra soggetto e oggetto. Nella misura
in cui creano e sostengono il legame affettivo, gli “oggetti transizionali” svolgono
un ruolo positivo e offrono una dimensione creativa che permette di superare l’angoscia
di separazione e di ritrovare ad un altro livello l’oggetto amato assente.
Lo
spazio di creatività suggerito da Winnicott è pertanto uno spazio che si fonda su
un uso attivo dell’illusione che spinge l’individuo a vivere, a modulare e
regolare le proprie emozioni utilizzando anche strumenti od oggetti che possono
appartenere all’esperienza artistica.
Setting
arte terapeutico quindi come uno spazio del possibile in cui nulla è sicuro se
non la possibilità stessa di far sì che molteplici eventi trovino un adeguato
contenitore.
Il
processo creativo si esplica, quindi, in un vivere pieno di significati, in un
adattamento alla realtà attivo. Non è l’arte che trasforma la realtà o che
cambia il mondo, ma può trasformare il linguaggio umano e l’uomo in quanto
tale. E’ chiaro, in tal senso, che è l’individuo in quanto “trasformato” dall’arte
che può poi tentare di trasformare la realtà con la sua vita e con la sua
capacità di vivere in maniera attiva a adeguata le proprie emozioni. Il
processo creativo non significa semplicemente originalità e libertà, ma implica
uno sforzo a trovare nuove oggetti allargando l’ambito dell’esperienza umana.
Attraverso
la regolazione delle emozioni è possibile trovare nuove forme espressive che
portano alla realizzazione di opere che stimolano la ricerca di significati che
prima era impossibile cogliere.
“ … tutte le arti che pratichiamosono un apprendistato di un’artepiù grande: la nostra vita”M.C.Richards
giovedì 3 novembre 2011
Materiali d'arte, elementi di vita ...
In
latino il termine “materia” rimanda a “mater” cioè alle origini, a quello o al
luogo da cui si deriva. Il termine “materiali” allora, proprio perché derivante
da materia, è maggiormente legato ad un oggetto o ad un’opera e ne indica la
materialità fisica, la struttura e anche il “significante” che veicola
significati.
I
materiali, infatti, non sono presenze prive di significato: essi hanno
un’importanza fondamentale nella realizzazione di un’opera ed in quello che
esprime. I materiali non sono elementi neutri, muti, fanno parte dell’oggetto
ed entrano in un rapporto empatico con ciascuno di noi: quante volte , ad
esempio, ci succede di cambiare sedia perché quella di plastica non ci piace.
Cambiando
i materiali cambiano i sistemi percettivi ed emotivi e si attua una diversa
comunicazione ed un diverso scambio simbolico.
“Nella
materia sono i grandi germi della vita e i germi delle opere d’arte”, scrive
Bachelard (http://it.wikipedia.org/wiki/Gaston_Bachelard ), e ciò è vero nella misura in cui
ciascuno di noi porta dentro di sé un sentire cosmico, un universo fatto
prioritariamente di materia, il corpo, e di elementi, quelli della natura, che
rimandano ad un immaginario in perenne trasformazione, così come lo è la vita
di ogni singola persona.
L’integrazione
dell’Io nel tempo e nello spazio (noi siamo spazio, lo spazio del corpo e
tempo, i ritmi e i bisogni del corpo), dipende dal modo in cui la madre “tiene”
il neonato; la personalizzazione dell’Io dipende dal modo in cui il bambino
viene “manipolato” e l’instaurazione della relazione d’oggetto da parte dell’Io
dipende dalla presentazione degli oggetti (seno, biberon ..) grazie ai quali il
bambino può trovare la soddisfazione ai suoi bisogni che sono prioritariamente
fisici.
L’Io
quindi è basato su un Io corporeo e, quando tutto va bene, cioè quando vi è un
ambiente sufficientemente buono, il bambino comincia a legarsi al corpo ed alle
funzioni corporee e la pelle ne diviene la membrana limitante.
Anzieu
(http://it.wikipedia.org/wiki/Didier_Anzieu ), nel suo libro l’Io pelle,
sottolinea al’importanza che per il bambino ha la superficie dell’insieme del proprio
corpo e di quello della madre, superficie che diventa oggetto di esperienze
molto importanti per le qualità emozionali, per la stimolazione della fiducia,
del piacere e del pensiero.
Non
solo la pelle assume una funzione fondamentale costitutiva dell’Io, ma tutti i
sensi partecipano a questa incredibile realizzazione dell’opera “persona”,
creazione che, proprio a partire dalla sua fisicità, può assumere un posto nel
mondo ed interagire con esso e con se stessa.
Il
corpo rappresenta quindi il nostro primo materiale, quello con cui ciascun
individuo crea, trasforma, realizza se stesso: esso è il medium con cui
costruiamo e modifichiamo il mondo e da esso siamo costruiti.
Non
solo attraverso i sensi noi entriamo in contatto con il mondo ed al contempo espandiamo
l’area, la superficie, lo spazio d’azione del nostro corpo, di noi: ci
impossessiamo di quello che ci circonda.
Noi
possediamo e siamo posseduti attraverso i sensi, attraverso di essi il mondo
entra dentro di noi, ci pervade a volte contro il nostro volere, evocando
sensazioni e vissuti: è il mondo dei colori, delle forme, degli odori, dei
suoni, dei sapori, del duro e del morbido, del liscio e del ruvido, del freddo
e del caldo. E l’esperienza prima di ogni essere umano, quando ancora era il
mondo, quella che viene evocata dai sensi attraverso l’esperienza con gli
elementi della natura ed i materiali d’arte.
L’esperienza
sensoriale rappresenta quindi il punto di partenza di ogni relazione con
l’altro da sé e con l’ambiente che circonda ogni persona, della sua storia,
quindi, e dei suoi vissuti. Ed
è proprio attraverso un’esperienza sensoriale che ogni soggetto può tornare ai
propri vissuti ed elaborarli.
Proprio
questo rappresenta l’esperienza con gli elementi della natura ed i materiali
d’arte: la possibilità di ritorno ad un livello affettivo e di trasformazione
di quello che è avvenuto in funzione di un cambiamento di sé, anche nel mondo
reale.
La
complicità dell’uomo con i materiali risale ai primi ciottoli, alle pietre,
alle conchiglie, agli ossi, ai corni a quello che trovava in natura da
utilizzare o a cui attribuiva significato in base alla forma; poi sono arrivati
i primi interventi sulle forme, le prime trasformazioni funzionali, l’incontro
ed il confronto con gli elementi ed i materiali, la creazione e la distruzione
che sempre accompagna l’atto creativo.
E’
la storia dell’uomo creatore che fa propri utilizzandoli, gli elementi e i
materiali che da essi derivano o a cui rimandano a livello simbolico: ogni
persona, nel suo percorso evolutivo, si trova a ripercorrere questo cammino,
attraverso le sensazioni ed i sogni che sempre rimandano agli elementi
fondamentali, in quanto archetipi dell’immaginazione.
Lavorare
quindi con i materiali rappresenta quindi una possibilità ulteriore di dialogo
e scambio tra mondo interiore ed esteriore nonché la possibilità di
testimoniare a sé e al mondo quello che è avvenuto andando a creare una
narrazione materica della propria storia.
Attraverso
l’opera creata si compongono, così, i frammenti della realtà percepita, i
ricordi di quella vissuta con la possibilità di intervenire su di essi per
elaborarli.
__________________________________________
Liberamente
tratto da:
M.G.Cocconi,
L.Salzillo, A.Zanolli
Il
bambino Creatore
Ed.
FrancoAngeli
venerdì 28 ottobre 2011
Colore e affetti
V.Kandinskiy - Studio sul colore: quadrati con cerchi concentrici -
[…]
Il colore, che in natura è richiamo, messaggio, incanto e seduzione, è “tinta
dell’apparenza” fuggevole e inesprimibile, spesso inafferrabile. Eppure il
colore è anche rivelatore degli strati più profondi degli affetti. […]
[…]
Infatti, la mancanza di colore nel mondo emotivo di una persona è indizio
sicuro di un “distanziamento” dall’oggetto, di una difesa dal coinvolgimento
emotivo. […]
[…]
Il colore è indubbiamente l’aspetto più misterioso e magico della natura, da
sempre fonte di meraviglia, giacchè sembra esprimere, all’apparenza, uno scarto
rispetto alla nuda necessità e ci appare come lusso e dispendio della natura
stessa, che si compiace di un surplus di bellezza, pur rivelandosi, a una più
attenta indagine, un messaggio “forte”, denso di significazioni: perciò gli
antichi facevano largo uso di sostanze colorate e coloranti, non soltanto in
funzione decorativa ed estetica, ma soprattutto secondo un intenzionalità
magica tesa a evocare e attualizzare le forze cosmiche naturali. […]
[…]
Il colore, quindi, è stato considerato una sorta di “forza sottile”, di anello
di congiunzione tra cielo e terra, assumendo un valore magico-sacrala, non
soltanto come evocazione, ma proprio anche come attualizzazione,
materializzazione delle segrete corrispondenze tra il mondo umano e il cosmo,
tra l’esperienza fisica-materica e quella spirituale, attraverso anche un
processo attivo di appercezione,un traslare il sé nell’universo della materia e
dello spirito, tanto da rivelarsi anche misteriosamente capace di influenzare
il nostro “soma”. […]
Matisse
diceva che i colori “sono delle forze” e il secondo principale effetto della
loro contemplazione consisterebbe nell’azione psichica e nelle emozioni che
possono suscitare in noi. […] Così i colori possono essere “acidi” o “dolci”,
“succosi” o “aridi”, “morbidi” o “duri” secondo una specie di processo di eco,
o di risonanza da una sensazione all’altra; come se il corpo fosse uno
strumento musicale le cui “corde” fisiche si espandano a risuonare nella
psiche.
I
colori possono essere profumati, ma anche sonori, e musicisti (come Schonberg)
e artisti (come Kandinskij) hanno tentato partiture cromatiche, “tingendo” di
colori i suoni e “musicando” colori. […]
[…]
Anche i sogni, che generalmente sono in bianco e nero, secondo un cromatismo
arcaico, tuttavia quando si “colorano” indicano tutta una gamma di situazioni
affettive, così che il colore diventi ancora una volta “segnale” di qualcosa
che deve essere evidenziato, e insieme “simbolo” di qualcosa di più profondo
che vuole essere svelato. In questo il colore si rivela anche simbolo, in
quanto appunto “significa”, rimanda a qualcosa di nascosto: il “significato”,
con una eccedenza di significazione che indica un plusvalore di senso e ne
rivela la tonalità affettiva.[…]
[…]
Il colore è davvero “metafora di affetti” e ancora di più, il colore tende al
ritrovamento dell’oggetto primario, significando un’aspirazione verso la
riappropriazione di un significato materno. […]
[…]
Infatti, sebbene classicamente la psicoanalisi abbia attribuito alla funzione
pittorica contenuti di tipo anale (dipingere come uno sporcare sublimato), ciò
si può riferire non tanto al colore in sé, quanto appunto all’atto stesso del
dipingere, come manipolazione della materia pittorica […] al colore possiamo
dare invece spiccate valenze orali legate ad esperienze di intensa affettività,
come un tendere al recupero dell’oggetto primario, in relazione appunto al
rapporto con il seno materno, quando il “vedere” era “incorporato”, nutrirsi del
volto e dei colori e della voce e del profumo di “lei”. […]
[…]
E la musica ha un effetto “incantamento”, come rimanda al ritmo del cuore
materno che il feto chiaramente percepiva, possiamo quindi riconoscere
l’esperienza del colore come anch’essa fascinazione primaria. Fascinazione che
è riflesso di quel perdersi di allora, sguardo nello sguardo.[…]
[…]
Goethe riconduceva il colore all’incontro di due fondamentali: blu e giallo,
una polarizzazione tra luce e ombra rivelatrice anche di una dialettica fondamentale
tra sentimento e ragione . Il suo universo cromatico è ordinato secondo una
logica binaria: il colore nasce dalla luce e dall’ombra. Una bipolarità, quella
di luce/ombra, che in sé esprime e contiene ogni altra polarizzazione
possibile: maschile/femminile; notte/giorno; caldo/freddo.
Ma
già prima di Goethe ogni popolo aveva scandito l’esperienza del colore secondo
la fondamentale contrapposizione luce-ombra […] inizialmente la terminologia
più elementare distingue soltanto tra oscurità e chiarezza e tutti i colori
sono classificati secondo questa semplice dicotomia; quando un linguaggio
contiene un terzo nome di colore, si tratta sempre del rosso. […]
[…]
Questo fa ritenere che agli inizi delle comunicazioni umane l’uomo avesse
soltanto due termini per indicare i colori: il bianco e il nero, come luce e
ombra, chiaro e scuro, prima di riuscire a distinguere il terzo: il rosso. Non
è ce il primitivo avesse una visione “monocromatica”, ma la sua capacità
linguistica era ridotta, e, poiché indubbiamente “la visione del colore è parte
integrante della nostra esperienza totale e diventa per ciascuno di noi parte
della nostra vita, parte di noi … il colore si fonde così con i ricordi, le
aspettative, le associazioni e i desideri, per costruire infine un mondo ricco
di risonanze e significati per ciascun individuo, possiamo ritenere che proprio
l’emergere dei primi nomi dei colori rispecchiasse la loro stretta relazione
con le emozioni.[…]
[…]
Ora, possiamo immaginare quali potessero essere per il nostro lontano
progenitore le esperienze emotive più intense, positive e negative, e
certamente una delle esperienze psicologicamente più violente doveva essere il
terrore al calar della notte. […] Una disperazione caotica forse lo assaliva,
progenitrice archetipa di tutte le immagini angoscianti, e sebbene questo
terrore di ogni notte si dissipasse a ogni alba, fu soltanto quando gli fu
possibile “narrarsi”, attraverso i miti, che ogni volta che il sole veniva “mangiato”
dalle tenebre sarebbe tuttavia risorto, dotato di nuova e indistruttibile vita,
che questo suo terrore panico potè calmarsi. […] E possiamo allora supporre che
fosse necessario anche nominare quelle prime esperienze fondamentali:
luce/tenebra-bianco/nero. Erano nati i primi colori che informeranno di sé ogni
altro colore possibile, cancellandoli tutti, il nero tenebra; rivelandoli
tutti, il bianco luce.
Quanto
al rosso, il terzo necessario, era altrettanto emozionalmente scatenante nelle
sue manifestazioni: come fuoco, calorico e benefico ma anche distruttivo e
divorante, apportatore di vita come di morte. […]
[…]
Emozionato, egli poteva confrontarsi, attraverso i propri colori con il cosmo
naturale, essendo il bianco-rosso-nero i colori del corpo e degli umori che
esso trasuda e delle sostanze che espelle: latte, sangue, feci,urina, lacrime,
pus mentre l’universo materiale gli doveva apparire “fratello” nel nero dei
carboni, nel bianco polveroso delle crete o in quello perlaceo della rugiada e
della pioggia; nei grumi sanguigni delle terre. […]
[…]
E il dialogare di questi colori nell’alterno avvicendarsi in noi degli affetti,
sempre che siamo capaci di ascoltare e “vedere”, ci svelerà le alchemiche
metamorfosi della vita.
Tratto
da:
A.Cresti, Colore e
Affetti in “La
Psicologia del colore” di M.Di Rienzo e C.Widman Ed.Magi
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