giovedì 14 luglio 2011

Benessere ed esperienza creativa ...

Gabrielle Javier Cerulli - 26 circles on green-gold blue5 -
http://www.flickr.com/photos/arttherapy-etsy/1272248152/in/photostream/

“ Il sogno davanti alla tavolozza

è un sogno di sostanza”

Gilbert Durand


Come ho già ribadito in vari post, vi sono persone, anche con gravi disturbi psichici, che hanno potuto trarre qualche beneficio per le proprie problematiche dall’uso della pittura, della scultura, della danza, del fare musica o teatro. Sono state formulate diverse ipotesi volte a comprendere quali siano le dinamiche su cui si basano queste forme d’arte, per capire se in qualche modo tale produrre creativo possieda qualità “terapeutiche”. Accanto alle forme “terapeutiche” che prevedono l’utilizzo, a vario titolo, dell’espressione artistica, da circa trent’anni sono vive in Italia e all’estero esperienze di “terapia artistica”; tale “terapia” è intesa come un approccio a malattie e a disagi, sia psichici che fisici, attraverso l’arte.

Per Rudolf Arnheim il contatto tra il mondo dell’arte e quello della psicologia è troppo limitato ed è questo il motivo per cui la psicologia non è riuscita ad elaborare una teoria estetica convincente. Per comprendere davvero la produzione artistica lo psicologo dovrebbe fare arte. Egli potrebbe così “mantenere vivo ai suoi occhi, orecchie o mani il senso dell’esperienza artistica genuina”. Gli artisti dal canto loro, prosegue Arnheim, dovranno far cadere il pregiudizio per cui l’arte non può essere indagata con il “ragionamento analitico”. Per ciò che riguarda le teorie estetiche e la psiche, possiamo soltanto fare riferimento, afferma Arnheim, alla teoria motivazionale che vede nell’opera artistica una pura espressione e comunicazione di emozioni; oppure alla teoria psicoanalitica che, per quanto interessata alle origini dell’esperienza artistica e sebbene sia presente con “coerenza e vigore”, considera l’arte soprattutto come la soddisfazione di un desiderio.

L’esperienza artistica richiede alla persona un impegno attivo e materiale; l’arteterapia trova il suo fondamento nel rapporto che si stabilisce con l’agevolatore. Attraverso l’approccio meta-verbale si realizza un incontro tra due persone in una relazione d’aiuto che si serve più del fare che del colloquio.

Nell’ambito del percorso , dipingere (come modellare, recitare,danzare) è un dare messaggi, lasciar cadere segni che possano essere raccolti da un lettore partecipe, l’ArtCounselor o l’Arteterapeuta, presenza attenta che accompagna il possibile emergere di disagi personali. E aspettare insieme che il cliente, come il Pollicino della fiaba dei fratelli Grimm, dopo aver buttato le “illeggibili briciole”, lasci cadere tracce più visibili; nel gioco tra luce e ombra, segni di presenza spariscono e riaffiorano finchè l’esperienza prende corpo, e il “sogno” può apparire, manifestandosi concretamente.

Secondo l’Arteterapia ogni individuo, anche se non ha alcuna esperienza artistica, ha una capacità latente di proiettare i suoi conflitti interiori. Tale mezzo dà alla persona la possibilità di dichiararsi mediante la propria creatività. Il cliente può così avere la possibilità, per narrare di sé, di utilizzare sia l’immagine che la parola.

In Arteterapia, teniamo ben a mente, che la persona e il processo creativo sono più importanti del prodotto finito.

In effetti lungi dal distrarre, l’arteterapia ha le caratteristiche della concentrazione nel senso di un’intensificazione della coscienza: essa è lavoro conoscitivo.

Però, considerando il piacere come legittimo e fondamentale, è opportuno non separare l’utile e il necessario dal bello e dalla felicità. E’ possibile, infatti, divertirsi e provare piacere nel dipingere e, al tempo stesso, modificare e riequilibrare certe sproporzioni sul foglio affrontandole come dimensioni simboliche del sé. Il quadro è una zona franca, dove è possibile sperimentare nuovi atteggiamenti e consentire che qualcosa si trasformi tramite i colori e le forme che si modificano.

L’arte “crea una zona di vita simbolica”, che permette di esprimere sentimenti e idee, far emergere i contrasti e le difficoltà della quotidianità, dimostrare la capacità della persona di “trascendere il conflitto e di creare ordine nel caos, ed infine, di dare piacere” (Kramer).

La creatività è un fenomeno di trasformazione e di cambiamento; attingendo a rappresentazioni, simboli, evocazioni ed eventi, che sono patrimonio sia individuale che collettivo, permette una sintesi personalizzata e originale.

La creatività permette di avere uno sguardo personale sulla realtà esterna, di “colorire” il mondo con la propria originalità. Nell’infanzia il gioco è un fenomeno universale, manifestazione dello star bene. Ed è una capacità che non scompare completamente; rimane nella realtà psichica dell’adulto e si manifesta ad esempio nei giochi di parole, nello “humor”, per Winnicott, il gioco, con la diversità di spazio e tempo, è alla base di ogni esperienza culturale, artistica e religiosa. Il gioco ha origine dalla fantasia, quella stessa facoltà che per Freud, dà vita sia ai “sogni ad occhi aperti”, che all’esperienza creativa dell’arte.

Sempre secondo Winnicott, l’atteggiamento creativo è il solo rapporto con il mondo. Non si può tuttavia scambiare fantasia con fantasticheria o creatività con il vivere l’esperienza del sogno anche da svegli come, ad esempio avviene in chi è preda di allucinazioni o in chi non riesce a prendere contatto con la propria interiorità. L’arte può portare ad armonizzare queste situazioni estreme perché unisce ad una ricchezza di emozioni la presenza attenta alla realtà esterna.

Anche se la persona inizia a fare arte con esitazione e indecisione, con l’esperienza acquisisce vera capacità; i sensi si fanno più svegli, quello che prima veniva percepito solo in maniera confusa diventa più chiaro.

La funzione dell’arte assume così la concezione assai ampia di atteggiamento di maggior coscienza sia per ciò che riguarda il mondo esterno che la realtà interiore, non considerando separati la personalità interna e la reazione alla realtà esterna; il nostro modo di percepire il mondo è sempre carico di emozioni, bisogni e atteggiamenti personali. L’arte così diventa il mezzo per rendere visibile ed udibile la natura e il senso dell’esistenza umana ….


Per approfondire:

R.Arnheim
Arte e percezione visiva
Ed.Feltrinelli

R.Arnheim
L'immagine e la parola
Ed.Mimesis

R.Arnheim
Una visione dell'arte
Ed. Anicia

lunedì 4 luglio 2011

la gioia della gioia ...

Quando la creatività è al culmine, si può sperimentare quello che gli artisti chiamano il “momento bianco”. Tutto funziona al meglio. Le abilità sono a tal punto adattate al compito, che l’esecutore sembra fondersi con esso. Tutto è armonioso, coerente e senza sforzo.

Il flusso è uno stato estatico. E’ un’esperienza gioiosa, un’esaltazione spontanea. “Che bella parola è gioia, JOY – dice il disegnatore Chuk Jones – ogni volta che penso alla gioia, trovo che non è possibile scriverla; è una cosa talmente elegante, con una perla proprio in cima e tutti quei piccoli confetti sui lati … ed è circondata da u’aurea di felicità. E’ davvero un piacere vedere la gioia. Ed è grande, con quella splendida “O” che ti sorride. E amabile, proprio come un SI; a ben guardare, l’ultima lettera di “joy” è la prima di SI, YES. E’ tutta decorata piena di fascino, e ha le ali: accidenti, potrebbe volare via! Quando stai disegnando qualcosa e ci riesci – ecco, quello ‘ l’incarnazione della gioia. Ma se uno non è disposto a correre rischi, a fare qualche errore, ad affrontare il drago della paura e a insistere, non conoscerà mai la gioia della gioia”

lunedì 13 giugno 2011

Arteterapia: gli esordi


L’arte può essere definita

- e utilizzata – come la mappa

esteriorizzata del nostro sé

interiore ..” Peter London

Il XX secolo ha portato con sé l’avvento della psicoanalisi, l’interesse degli artisti per il simbolismo e la spontaneità, l’interesse degli psichiatri per l’arte dei malati di mente.

Come la maggior parte delle terapie nate nello stesso periodo, anche l’arteterapia ha preso le mosse dal movimento psicoanalitico e dalle idee sul contenuto simbolico delle immagini che si potevano ricavare dai sogni. Verso la metà del secolo si diffondeva la convinzione che il processo creativo dell’arte potesse favorire la riabilitazione, il cambiamento e la crescita personale. Sia l’interesse crescente per le immagini come rappresentazioni dell’inconscio, sia il potenziale terapeutico del processo creativo contribuirono ad aprire le porte all’avvento dell’arteterapia.

Ci sono stati anche altri eventi importanti che hanno preparato il terreno. Lo sviluppo di nuove terapie aumentò notevolmente dopo il 1950, creando un ambiente favorevole alla comparsa e all’accettazione di novità. Alcune di quelle metodologie si ricollegavano ad esperienze del 1800, quando era cominciata, in Europa e negli Stati Uniti, la sperimentazione di trattamenti più umani dei casi psichiatrici, la cosiddetta “terapia morale”: i pazienti erano inviati in campagna, dove ricevevano un’attenzione individualizzata sotto forma di terapia occupazionale e attività artistiche. Il movimento tuttavia durò pochi anni, riemerse però nel secolo successivo con la creazione di ambienti terapeutici: ospedali psichiatrici, cliniche e centri di riabilitazione introdussero nel trattamento, accanto alle psicoterapie basate sul colloquio, attività artistiche, musicali, motorie e di scrittura creativa. Le arti erano usate in collaborazione con i trattamenti tradizionali, per aiutare i pazienti ad elaborare, individuare e comprendere sentimenti, pensieri, percezioni ed esperienze.

L’arteterapia ottenne ampio credito nei servizi di salute mentale in ogni parte degli Stati Uniti, coinvolgendo psichiatri, psicologi, educatori e artisti. Ai suoi esordi intervennero molte persone che avevano scoperto il potere curativo dell’arte, ma a due in particolare va il merito di aver introdotto l’arteterapia negli Stati Uniti.

La primogenitura nell’uso dell’arte come modalità terapeutica negli anni 40’ è attribuita a MARGARET NAUMBURG, psicoanalista e seguace di Freud. Essa considerava l’espressione artistica un modo di manifestare le fantasie inconsce, in linea con la prospettiva psicoanalitica dominante nella prima metà del secolo. Ai pazienti chiedeva di disegnare, oltre ad enunciarli a parole, i contenuti dei sogni e delle associazioni. A suo giudizio, il valore terapeutico primario dell’arte consisteva nella comunicazione e nell’espressione autentica: riteneva che le immagini prodotte dalle persone fossero una forma di linguaggio simbolico.

Negli anni ’50 la terapeuta EDITH KRAMER si mosse da un’ ottica completamente diversa proponendo l’idea che il potenziale creativo dell’arte scaturisse dalla sua capacità di attivare certi processi psicologici. Per lei la chiave del processo di arte terapia era soprattutto l’atto creativo in sé e per sé. Riteneva infatti che creare un prodotto artistico implica incanalare, ridurre e trasformare le esperienze interiori e può essere un atto di sublimazione, interezza e sintesi. Benché non possa risolvere direttamente il conflitto, l’espressione artistica può mettere a disposizione uno spazio in cui manifestare e sperimentare atteggiamenti e sentimenti nuovi.

È dunque dalla Kramer in poi, a mio avviso, che si può parlare di arteterapia vera è propria, e cioè, come si è già detto, con lo spostamento dell’attenzione dal prodotto artistico come materiale da interpretare, al processo creativo vero e proprio, che, avvalendosi di simboli e metafore, coinvolgendo il soggetto in attività che implicano un impegno sensoriale e cinestesico, si propone come un mezzo per identificare ed esprimere le proprie emozioni, e per comprendere e risolvere certe difficoltà.

Altre figure hanno esercitato un’influenza importante negli sviluppi iniziali dell’arteterapia: Hanna Yaxa Kwiatkowska, che negli anni ’50 e ’60 introdusse l’arteterapia nelle sedute di terapia familiare. Riteneva che certe specifiche attività di disegno servissero a individuare il ruolo e lo status dei vari membri della famiglia e si prestassero all’esperienza terapeutica del lavorare in comune.

Più tardi negli anni ’60 e ’70, Janie Rhyne ha usato l’espressione artistica per aiutare i clienti a raggiungere l’autoconsapevolezza e la realizzazione di sé, cioè a sviluppare il proprio potenziale e trovare soddisfazione nella vita. Il suo metodo puntava sulla lettura personale che la persona dava delle sue espressioni artistiche, in linea con l’impostazione non direttiva centrata sul cliente (vedi Rogers) tipica di quegli anni.

Grazie alle loro iniziative, negli anni ’60 l’arteterapia era ormai un metodo pienamente riconosciuto. Contemporaneamente agli Stati Uniti l’arteterapia era scoperta e sviluppata anche in Europa. L’inglese Adrian Hill aveva sperimentato il valore curativo dell’arte durante un ricovero in sanatorio negli anni ’40. Cominciò così ad elaborare l’idea dell’arte come trattamento delle malattie fisiche ed emotive ed introdusse per primo il termine “arte terapia”. Egli riteneva che l’arte alleviasse la monotonia della vita ospedaliera e offrisse un senso di speranza a chi era colpito da una grave malattia.

Edward Adamson, un altro pioniere inglese, era un artista che lavorava con i pazianti in un ospedale psichiatrico. Nel 1946 aveva messo a disposizione dei ricoverati un ambiente in cui dipingere e “curarsi da soli”, convinto che l’attività artistica fosse un modo unico di contribuire al proprio trattamento. Anziché analizzare le espressioni artistiche dei pazienti, pensava che esse parlassero da sole e testimoniassero le qualità curative del processo creativo. Adamson raccolse circa 60.000 fra dipinti e altri oggetti prodotti da pazienti psichiatrici, che ora costituiscono la “Collezione Adamson”.

Sono numerosi coloro che hanno contribuito all’affermazione dell’arteterapia come campo a sé stante, ma c’è un ospedale che ha esercitato una particolare influenza: la Menninger Clinic di Topeka (Kansas), fondata alla metà degli anni ’20 da Charles Menninger e i suoi due figli. Psichiatri i Menninger erano convinti che l’arte contribuisse alla guarigione delle malattie mentali e incoraggiarono nella loro clinica lo sviluppo di numerose attività.

Negli anni ’30 introdussero l’arteterapia invitando Mary Huntoon a tenere corsi per i pazienti. La Nuntoon, che non era una psicologa ma un’artista, aiutava i pazienti a servirsi dell’arte per elaborare e sfogare traumi e problemi psicologici. Essa coniò il termine “arte-sintesi” per descrivere il processo di auto-scoperta vissuto da molti pazienti del suo laboratorio. Il valore terapeutico dell’arte risiedeva nel produrla, piuttosto che nell’analisi diretta a scoprirne il significato simbolico.

Creando un disegno, un dipinto le persone hanno modo di sperimentare la catarsi e di scoprire il senso personalissimo che l’espressione artistica ha per loro.


" Siamo attivi nel processo, responsabili individualmente di trovare i nostri diversi modi di ri-creazione di noi stessi.. Nessun modo è la via!!! ..." Janie Rhyne

giovedì 2 giugno 2011

La Creatività: attingere al processo …


Nadia Sponzilli - Acquarello Alchemico - "Auto-accettazione" (particolare)

“L’atto creativo è un atto libero e scevro da ogni cliché o malformazione del pensiero, esso tende verso la verità delle cose e il suo nucleo, spesso frantumando il superfluo che è solo retorica, abitudine e pregiudizio... in definitiva corteccia da macerare” Rolando Attanasio - Creatività

La Creatività, come ho più volte ripetuto nei post precedenti, è uno strumento di crescita personale, autocoscienza, cambiamento e riabilitazione. Come la parola “arte”, anche “creatività” richiama alla mente una serie di associazioni radicate da tempo.

Quando si nomina l’arte, molti pensano subito alla creatività, benché il pensiero creativo non sia limitato all’arte.

Malgrado anni di ricerche sulla creatività, ancora non sappiamo bene come avvengano le svolte creative. Le teorie sono numerose, ma la maggior parte prevede in generale le fasi seguenti:

  1. Preparazione => raccogliere idee e materiali
  2. Incubazione=> immersione totale nel processo
  3. Illuminazione=> svolta improvvisa e compimento
  4. Verifica=> aggiunta di ritocchi o modifiche finali.

Queste fasi descrivono il processo creativo seguito nelle più varie attività, dalla semplice soluzione di un problema a quelle più nobili come portare a termine una scoperta scientifica, una composizione musicale, una poesia o un’opera d’arte.

Dato che nelle arti visive il processo creativo è un’esperienza manuale che oltre alla mente chiama in causa anche i sensi, si suppone che vi intervengano altri aspetti più specifici. Secondo la terapeuta Vija Lusebrink, la creatività artistica coinvolge esperienze cinestesico/sensoriali (azione), percettivo/affettive (forma) e cognitivo/simboliche (immagine).

  • Cinestesico/sensoriale=> si interagisce con il materiale per esplorarlo attraverso l’attività motoria, il tatto, la vista e gli altri sensi; a questo livello non conta cosa si crea in particolare, ma l’esperienza corporea dell’espressione sensoriale tramite i materiali.
  • Percettivo/affettivo => il materiale è usato per comunicare idee ed emozioni, trasmettendo sentimenti o percezioni attraverso l’espressione artistica.
  • Cognitivo/simbolico => il materiale artistico è usato per comunicare un significato personale mediante la struttura, elaborazione e modificazione della forma e dell’immagine

Sempre secondo la Lusebrink esiste poi un quarto livello , il “livello creativo”, che è l’integrazione di tutti gli altri in forma artistica. Non tutti raggiungono questo livello, ma una qualche forma di creatività si può incontrare anche a ciascuno degli altri livelli. Per esempio una persona può fare un’esperienza creativa usando linee e colori per esprimere nella pittura una certa emozione (livello percettivo/affettivo), oppure semplicemente facendo scorrere la matita sul foglio (livello cinestesico/sensoriale), o sviluppando un’immagine che simboleggia un concetto o un’idea (livello cognitivo/simbolico). Quando tutti e tre questi livelli si combinano in un disegno, un dipinto, una scultura, il risultato è un’autentica creazione, unica e suggestiva.

Quel che più conta in tutto questo discorso è che nel modo di vivere il processo creativo dell’arte esistono notevoli variazioni personali, che sono importanti ai fini dell’Arteterapia. La creatività personale dipende moltissimo dall’interesse che un’attività suscita in noi, dal fatto che ci appaia significativa e motivante.

Se consideriamo l’importanza dell’Arteterapia per il raggiungimento di uno stato di ben-essere della persona, il processo creativo rappresenta la strada attraverso cui il soggetto prende coscienza dei suoi aspetti più intimi, ed esprime le emozioni più profonde.

E’ durante questa fase che la persona ritrova grande soddisfazione e autostima. Forzando i propri limiti e rifiutando i preconcetti, si trova il coraggio di abbandonare vecchie credenze e percezioni di sé e delle proprie esperienze per abbracciare una visione nuova, ricca di significati da esplorare.

In questo modo il processo creativo è visto come parte integrante della nostra autorealizzazione; ciò ci permette di conoscere meglio noi stessi e sviluppare appieno le nostre potenzialità.

mercoledì 18 maggio 2011

L’ArtCounseling dal “come se” al “come è”

Fabiola Barna - Và dove ti porta il vento -


“ … uscire dallo spazio interno a quello esterno, affermare, estendere in esso la propria forma, è il primo atto di comunicazione involontario che diventa consapevole nella verifica della propria impronta: segno di sé che, nel compiacimento della traccia, si trasforma in segnale comunicativo della propria presenza …” Stefania Guerra Lisi

Riprendendo i vari post sulla creatività e i suoi benefici nel percorso evolutivo di ogni persona, ribadisco che nel momento creativo, in cui interiorità ed ambiente trovano un rinnovato singolare incontro, siamo immersi in uno stato psicofisico ove il pensiero, l’emozione, la corporeità, l’azione fluiscono in modo congruo, infondendo un profondo stato di ben-essere.

Almeno inizialmente è infatti più importante l’atto del produrre un’impronta creativa, che il suo impatto con un esterno (ArtCounselor) che solo poi potrà leggere il modo in cui la persona incontra e decifra la realtà.

Un percorso di ArtCounseling è rivolto verso la salutogenesi focalizzandosi sugli aspetti personali positivi di chi ci sta di fronte e sull’individuazione delle risorse disponibili, perseguendo il paradosso (e il risanamento da un disagio) come un “diventare ciò che si è”, attraversando i propri territori interni sperimentandoli, agendoli metaforicamente, piuttosto che cercando di liberarsene.

Qui emerge il valore che l’azione e l’esperienza diretta rivestono nel percorso di ArtCounseling, in cui la “scoperta” la formulazione e/o la risoluzione di un problema e quindi il cambiamento, derivano dal FARE (in questo caso artistico) e da un processo di apprendimento esperienziale.

Il sistema-ambiente di vita in cui siamo inserito ci pone costantemente di fronte alla sfida del tempo e alla transitorietà dei confini, delle convenzioni e convinzioni ideologiche, sociali, culturali e affettive.

Cercare di promuovere il ben-essere e la qualità della vita individuale e collettiva intervenendo direttamente sui fattori coinvolti nella saluto genesi o su quelli legati alla genesi del disagio, in un sistema così fortemente connotato dalla complessità oltre che dalla fugacità delle certezze, o dalla tempestività dei cambiamenti, risulta un’impresa oltremodo faticosa.

La strada più fruttuosa sembra allora quella del potenziamento delle risorse e delle abilità nella soluzione di problemi complessi. In questo la riattivazione dell’espressione globale di sé attraverso il processo creativo può diventare la chiave di volta che consente al potere intrinseco individuale di manifestarsi appieno nella sua efficacia.

La comprensione del mondo e dell’altro passa necessariamente attraverso la conoscenza, la consapevolezza di sé e l’autosvelamento. La costruzione del Sé nel continuo oscillare, fluire, distruggere, trasformare dati esterni e contenuti interni, ritrova ripetutamente il segno della sua presenza, della definizione del suo confine, il compiacimento del suo esserci nella ES-PRESSIONE, nella traccia manifesta, il Sé si rende progressivamente visibile, nello spazio e nel tempo, a se stesso e agli altri.

E’ un diritto naturale quello di produrre, esprimere-imprimere nell’ambiente, il segno esclusivo dell’affermazione “IO SONO!” “IO SONO IN QUESTO MIO MODO!”, è un diritto naturale che però va riconquistato.

La vitale permeabilità dentro-fuori, la costante pulsazione aperto-chiuso, costituiscono il motore dell’esistenza, garantiscono il senso di pienezza e soddisfacimento quando ci si abbandona al movimento naturale impresso dal loro ritmo.

Altrettanto il semplice fluire può essere interrotto, il delicato confine può essere oltraggiato, deformato da ispessimenti difensivi, frammentato da buchi, da angoscia, da vuoti, vanificato dalla confusione tra un dentro che non si distingue più da un fuori, da una dolorosa assenza di collocazione spazio-temporale, o ancora fiaccato dall’estenuante combattimento con una “piccola grande ombra”.

Il processo artistico attinge alla fantasia, alla ricchezza dell’analogia che consente di vivere “come se”, dando la possibilità di sperimentare personalmente qualcosa di nuovo, o da un nuovo punto di vista guardare una situazione conosciuta immersi in una dimensione spazio-temporale in cui il “severo guardiano del sé” per un momento chiude gli occhi, sta al gioco e ci consente poi di stupirci di essere stati proprio noi ad aver vissuto l’esperienza.

Questo ci offre l’opportunità di assumere un rischio, senza però dover rischiare troppo, con il vantaggio di poter poi trasferire il risultato dell’esperienza alla vita “come è”.

mercoledì 4 maggio 2011

Il Collage complica e chiarisce l’immaginario …..

"Una fetta di tempo ..." - Collage e parole di Gabriella Costa

Il Collage, parola che viene dal francese e significa letteralmente "incollare", è una tecnica utilizzata per opere composte da materiali diversi incollati su un supporto; viene adottata agli inizi del 900’ per la realizzazione di strane opere dette di avanguardia dagli esponenti del cubismo e in particolare da Geoges Braque e da Pablo Picasso, ma viene utilizzata anche dai futuristi italiani circa nello stesso periodo.

E’ una tecnica che si presta benissimo per creare delle opere grafiche interessanti e intricate perché lavorando con forbici e colla c’è la possibilità di ottenere tutto quello che la mente raggiunge; si può lavorare sulla realtà, la si può stropicciare e cercarne un controsenso, si può entrare nel mondo del sogno e veicolarlo, si possono creare personaggi immaginari e riscoprire in sé quella parte giocosa che rende divertente il Fare senza un senso particolare.

Si può incollare, sovrapporre e strappare; si possono inventare sottofondi immaginari e paesi lontani nel tempo, si può giocare con ogni sorta di messaggio.

Quando si sfoglia una rivista , se lo si fa con l’intenzione di cercare qualcosa anche se non nsi ha ben chiaro cosa, ci si predispone ad una sensibilizzazione del pensiero. E’ strano infatti quello che succede, si girano le pagine e non si leggono più gli articoli, ma l’occhio è subito catturato dalle immagini, dai colori, dalle forme, dalle ombre, dalle parole grandi, dalle lettere e da tutti quei personaggi che, seppur famosi, sulle foto perdono la loro personalità e quasi misteriosamente entrano nella storia individuale di ciascuno diventando i protagonisti dei nostri pensieri e delle vicende che si vogliono raccontare.

E’ così infatti che ogni figura che risponde alle caratteristiche del proprio immaginario viene ritagliata e inserita in una nuova storia.

" Lo sguardo" - Collage di Gabriella Costa

Il collage non è solo un lavoro estetico, quando lo si fa non ci sono regole. Le proporzioni non si considerano più: davanti, dietro, sopra,sotto, piccolo e grande è lo stesso. Fa parte del gioco avere la possibilità di infrangere quelle che sono le regole logiche. Si taglia e si incolla tutto ciò che colpisce per un qualsiasi motivo interiore e c’è il permesso di farlo in modo libero.

Il Collage è un medium legato all’immagine, è fatto da tanti pezzi che vengono messi insieme, ma a differenza di un puzzle in cui i tasselli si incastrano tra loro con precisione, non esiste vincolo di sorta e i ritagli possono trovare posto in qualsiasi punto del foglio, secondo la logica che il senso di quel particolare momento suggerisce.

Il foglio bianco diventa lo schermo su cui proiettare i nostri fantasmi, le nostre paure, i nostri ricordi, una sorta di filo d’Arianna che ci conduce attraverso il labirinto del nostro inconscio fino al centro di noi stessi. Esso ci permette di mettere in scena la nostra fiaba interiore accedendo al nostro immaginario lasciando tuttavia intatte le nostre difese. Infatti in arteterapia il Collage è una grossa maschera che rispetta molto le difese di chi lo fa : attraverso una immagine ci si può nascondere e permettere che essa parli in nostra vece.

I Collage tuttavia possono avere un significato molto profondo: a volte si legge chiaramente il senso di un lavoro, ed è questo il bello, si prova un puro piacere a ritagliare e incollare e il senso che muove questi gesti non è sempre da raccontare … Può rimanere interiore, può far bene solo a chi lo esegue senza che ci sia la necessità di comunicarlo. Gli oggetti che si vedono girare tra le pagine dei mensili e dei settimanali a colori, vecchi o più recenti, aiutano i sogni ad emergere dall’inconscio; gli oggetti sono lì a portata di forbici, basta ritagliarli e il semplice gesto di incollarli permette a questi oggetti di essere davanti agli occhi inseriti in una nuova realtà.

" Quella che non sono" - Collage di Gabriella Costa

Attraverso le varie fasi del lavoro: la scelta dell’immagine, la de-struttrazione (taglio o strappo della figura) e la ri-configurazione dello scenario (che fino all’incollaggio può essere riposizionato all’infinito), permette di sperimentare , ri-creare e ri-organizzare nuove e diverse ambientazioni come possibili metafore di situazione di vita.

A volte, invece, il risultato è un’opera con una serie di pezzi incomprensibili, senza senso, allora in quella confusione si può percepire un certo caos di chi ha voluto quel lavoro. In questo caso l’obiettivo può essere quello di fare chiarezza dentro di sè, portando fuori emozioni e sentimenti e permettendo così, di vivere questi stati d’animo come spettatori e non come attori.

Altre volte ancora dietro ad un collage semplice e ridicolo si nascondono verità profonde, frasi ritagliate o messe insieme che prendono un loro senso e veicolano sogni, desideri, ossessioni che in un altro modo potrebbe essere difficile descrivere.

Il Collage rappresenta il desiderio di modificare le cose. Non è solo narrazione di una storia, di un evento è il racconto di quella storia o di quell’evento nel modo più perfetto possibile “come se…” come se fosse possibile viverla in quel modo.

Questa tecnica spesso in un percorso di ArtCounseling rappresenta l’asso nella manica per il Counselor: sfruttando le immagini ritagliate da riviste o le foto, nei momenti in cui la persona non sa cosa fare e manifesta qualche difficoltà a proseguire , questo metodo permette di andare avanti. La persona si trova così in quel momento sollevata dalla decisione di iniziare magari un disegno sul foglio bianco oppure di dover intraprendere un discorso con le parole.

Le riviste che trova da sfogliare lo alleviano per un po’ dal mostrarsi o dall’entrare in sé in un momento in cui c’è la necessità di una pausa. Ciò che apparentemente protegge il cliente alle prese con un collage è il fatto che questa tecnica tiene le emozioni a “distanza”, c’è un coinvolgimento (apparente) minore perché le immagini utilizzate sono come prese in prestito, fatte da altri, già utilizzate in altri contesti. In questo modo ha l’impressione di sentirsi un po’ riparato, non si mette in gioco in prima persona, nonostante le scelga mossa da un pensiero suo o da un’emozione che è scattata e si è collegata a quello che ha visto tra le pagine del giornale.

Il Collage è una tecnica assolutamente adatta a tutti :

  • per gli anziani può essere un modo per legare con un immaginario filo i ricordi sollecitati da immagini oppure da vecchie fotografie
  • per i disabili è una maniera per innalzare la loro autostima creando qualcosa di artisticamente valido
  • per i bambini il tagliare e incollare è uno dei primi “giochi” che li fa sentire artisti in erba
  • per gli adulti con la sindrome del “non so fare nulla” è un approccio che cambia completamente la loro prospettiva del “saper fare”


Concludo sottolineando gli scopi principali di un lavoro attraverso il Collage:

  • Favorire la comunicazione delle proprie emozioni, mantenendo comunque una certa distanza per non farsene travolgere
  • Promuovere l’autoconsapevolezza e l’accettazione di sé
  • Sviluppare la propria identità creativa ed immaginativa


Se tutto questo ha solleticato la tua curiosità perché non vieni a provarlo in un week-end fatto di relax e ben-essere ??? … ti aspetto !!!!


2/3 Luglio – Borgo Babette http://scuolaestivacreativa.blogspot.com/

Il Collage: raccontarsi attraverso le immagini


Per informazioni sui costi ed iscrizione scrivere a gabriellacosta@artcounseling.it