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domenica 7 ottobre 2012

Perché l’arte aiuta a ri-trovarsi….. (II parte)



“ La semplicità non è uno scopo per l’arte,si giunge alla semplicità malgrado se stessi,avvicinandosi al senso reale delle cose “ C.Zervos

Continuiamo ad esplorare le caratteristiche che fanno dell’Arte un mezzo per ri-trovare se stessi
.
Creare un prodotto tangibile

Nel lavoro artistico diviene di particolare importanza creare con le nostre mani qualcosa di unico e di speciale. Nel corso della storia umana l’arte è stata usata per abbellire e decorare seguendo questa inclinazione a fare qualcosa di unico che è un nostro autentico bisogno.
Alcuni sono in grado di produrre con la pittura o la scultura creazioni straordinarie, altri si limitano a vestirsi in maniera speciale per un’occasione importante o a cucinare piatti elaborati per un evento. Tutti questi modi di fare qualcosa di particolare si collocano sul piano visivo e rispondono tutti ad un aspetto fondamentale del comportamento umano.

Durante un percorso di ArtCounseling si creano prodotti tangibili. L’Artcounseling consente di realizzare qualcosa di duraturo che registra significati, esperienze ed emozioni.
Questa concretezza del prodotto è un vantaggio in quanto, oltre a mettere fuori di sé quello che crea disagio interiore,  permette di documentare idee e percezioni e riesaminarle in un secondo momento confrontandole con altre immagini.

Rivedere quello che si è prodotto nell’arco delle settimane consente di seguire lo sviluppo di temi, eventi, emozioni trovando la possibilità di cambiarne gli esiti.

Creare arte arricchisce la vita
La storia ci fa vedere come persone sottoposte a grandi stress abbiano trovato nell’arte il modo di esprimere e trasformare i conflitti interiori. L’opera creativa di Van Gogh e di atri artisti famosi testimonia questo bisogno.

Secondo Maslow, quando sono soddisfatti i bisogni elementari – cibo,alloggio e sicurezza – le persone manifestano un forte impulso all’auto-espressione. Ma anche quando sono privati delle più elementari necessità alcuni si sforzano ugualmente di esprimersi attraverso le arti.
L’arte non solo può aiutarci a rivelare paure, angosce e altre emozioni stressanti, ma tocca anche l’animo umano negli aspetti più spirituali. Se è vero che la famiglia, il lavoro e gli altri aspetti della vita possono appagarci, le esperienze creative dell’arte possono metterci in contatto con parti di noi inaccessibili alle altre attività.

Secondo Rollo May, grazia, armonia e bellezza ed equilibrio rientrano fra le qualità che caratterizzano le arti visive. L’arte può offrire trascendenza, permettendoci di contemplare e immaginare possibilità nuove attraverso l’espressione visiva e di vivere noi stessi in maniera rinnovata. Tale processo creativo offre occasioni di crescita e cambiamento, conducendo all’individuazione, cioè al raggiungimento del proprio completo potenziale.

Infine, l’arte è un’attività piacevole che rianima, riempie di energia e dà godimento. Le persone sono più vivaci e allegre mentre si dedicano a queste attività e più disposte a comunicare con gli altri una volta terminata l’opera.

Si ritiene che il lavoro artistico renda più flessibili, a realizzare se stessi e a sfruttare le proprie risorse e modalità creative nella soluzione dei problemi.
Se è vero che i due aspetti fondamentali dell’ArtCounseling sono il processo creativo e la comunicazione simbolica, ci sono anche altri aspetti che possono essere considerati fonte di ben-essere.
Al livello più semplice è un’attività che favorisce l’autostima, incoraggia a sperimentare e assumersi rischi, insegna nuove abilità e arricchisce la vita.

Chiunque può fare arte

Un pregiudizio diffuso è che per trarre giovamento da un percorso di Artcounseling sia necessario avere talento artistico. Alcuni temono che se non riescono a produrre lavori artisticamente accettabili il percorso non avrà successo.

L’Artcounseling invece non richiede nessuna preparazione specifica. Disegnare, dipingere e altre forme d’arte sono semplici metodi di espressione accessibili a tutti, indipendentemente dall’età o dalle capacità naturali.

In altre parole, chiunque ha la possibilità di essere creativo attraverso l’espressione artistica.

L’arte come modo di conoscere.

Disegnando, dipingendo, facendo un collage o scrivendo una poesia, cominciamo il processo di esplorazione delle nostre credenze profonde
Possiamo scoprire la ragione del dolore o trovare le fonti della gioia e del potenziale creativo.

L’arte inevitabilmente racconta la nostra storia personale in tutte le sue dimensioni: emozioni, pensieri, esperienze, valori e convinzioni.

Nel processo per rendere tutto ciò visibile mediante l’arte, ci si offre un modo di conoscere noi stessi da una prospettiva nuova e l’opportunità di trasformare tale prospettiva.


mercoledì 3 ottobre 2012

Perché l’arte aiuta a ri-trovarsi….. (I parte)



“ L’arte può essere definita – e utilizzata –
come la mappa esteriorizzata del nostro
se interiore.”Peter London

In un percorso di ArtCounseling la produzione artistica del cliente può aiutarlo a comprendere meglio le sue dinamiche interiori arrivando lì dove il linguaggio non ha ancora parole per esprimersi. Ed è proprio il processo che egli compie per arrivare a quel particolare manufatto la chiave che può aprire la serratura della sua consapevolezza.
Il processo artistico ha quindi, in questo caso, proprietà riparative, trasformative e di auto-esplorazione.

Vediamo ora nello specifico in che modo tutto questo si attua.

Pensiero visivo
Il pensiero visivo è la capacità di organizzare per mezzo di immagini i nostri sentimenti, pensieri e percezioni riguardo il mondo circostante. Usiamo  spesso nella vita quotidiana agganci visivi per riferirci a persone e cose. Tutti conosciamo la frase fatta “un’immagine vale più di mille parole”, o modi di dire sui colori, tipo”verde d’invidia”, “umor nero” o “visione rosa”.
Designiamo e definiamo il mondo mediante descrizioni visive, pensiamo per immagini, usandole spesso per rappresentare idee e sentimenti.
Jung, di cui è noto l’interesse per i simboli visivi nei sogni e nell’arte, sottolineava l’importanza che le immagini rivestono in un percorso terapeutico. Osservava che, lasciando che uno stato d’animo si incarni in una immagine onirica o artistica, lo si comprende più chiaramente e in profondità sperimentando le emozioni che vi sono contenute.
In anni recenti si è scoperto che le esperienze traumatiche spesso sono codificate nella mente sotto forma di immagini ed è del tutto naturale che questi ricordi riemergano come immagini visive. L’arte diventa quindi uno strumento unico per esprimere immagini traumatiche, riportandole alla coscienza in maniera meno minacciosa.

Esprimere quello che le parole non possono esprimere.
A tutti noi è capitato di sentire che certe esperienze ed emozioni sono difficili o impossibili da esprimere a parole. In un percorso di artcounseling le persone sono incoraggiate a esprimere quello che non sanno dire a parole con il disegno, la pittura o altre forme artistiche.
Non essendo un processo lineare vincolato dalle regole del linguaggio verbale (sintassi, grammatica, ortografia, logica), l’espressione artistica è in grado di esprimere simultaneamente molti aspetti complessi.
La terapeuta Harriet Wadeson, una delle pioniere nell’uso dell’arte in campo terapeutico’ parla a questo proposito della matrice spaziale dell’arte: la capacità dell’arte di comunicare relazioni usando linee, forme e colori. Per esempio, spiegare le relazioni fra i membri della propria famiglia può essere difficile, ma disegnando o dipingendo è facile illustrare simultaneamente i diversi tempi, luoghi e legami che li coinvolgono. Quello che richiederebbe una prolissa esposizione verbale può essere espresso più rapidamente da un singolo disegno.
Elementi ambigui, enigmatici o perfino contraddittori possono confluire nella stessa immagine perché l’arte, a differenza del linguaggio, non ha regole di struttura e di organizzazione.
Questa capacità dell’arte di abbracciare elementi paradossali è di grande aiuto per integrare e sintetizzare emozioni ed esperienze conflittuali.

Esperienza sensoriale.
L’arte è un’attività manuale: implica costruire, disporre, mescolare, toccare, modellare, incollare, disegnare, spillare, dipingere, forgiare e altre esperienze concrete.
Disegnare, dipingere e scolpire sono anche esperienze psicomotorie, hanno cioè carattere sensoriale in quanto chiamano in causa vista, tatto, cinestesia, udito e altre modalità sensoriali a seconda dei mezzi usati.
Da bambini, quando scarabocchiamo su un foglio, giochiamo con i materiali o facciamo giochi di fantasia, impariamo attraverso i sensi. Queste esperienze, secondo lo psicologo Eugene Gendlin padre del Focusing implicano un “significato sentito”, la consapevolezza corporea di situazioni, eventi o persone.
Oltre al pensiero, il “significato sentito” è un modo di dare senso alle cose, che ci aiuta a capire e valutare il mondo intorno a noi. Le qualità sensoriali del lavoro artistico ci danno modo di accedere alle nostre emozioni e percezioni più facilmente che attraverso le parole.

Liberazione emotiva
In termini psicologici si parla di “catarsi”. Il termine significa letteralmente “purificazione” indicando con questo l’espressione liberatoria di intense emozioni.
Fare un disegno, un dipinto, una scultura può essere catartico, in quanto offre sollievo da emozioni dolorose e disturbanti portandole fuori da sé.
Il processo in sé della produzione artistica può alleviare lo stress e l’ansia anche creando una risposta fisiologica di rilassamento o modificando lo stato d’animo. Sappiamo, per esempio, che l’attività creativa può di fatto aumentare il livello di serotonina nel cervello, combattendo così la depressione.
Inoltre il lavoro artistico è per alcuni una forma di meditazione che genera calma e pace interiore. Il carattere ripetitivo, rasserenante, che ha per alcune persone dipingere, disegnare o modellare la creta può indurre la risposta di rilassamento, con rallentamento del ritmo cardiaco e respiratorio e alleviare così lo stress.


…… segue nel prossimo post …….


mercoledì 9 novembre 2011

L'Arte-Terapia come spazio del possibile





Giovanna Lentini - Red Gallery -




Sono almeno tre le caratteristiche che ci rivelano come il processo e lo sforzo creativo nella produzione artistica possano avere una funzione “terapeutica”:
  •  La creazione di uno spazio di comunicazione flessibile con il proprio ambiente
  • La capacità di saper distinguere tra mondo interno e mondo esterno, cioè tra fantasie, desideri, bisogni e realtà
  • La capacità di regolare e trasformare le proprie emozioni.
Tutti e tre questi fattori sono strettamente interconnessi e riproducono le trasformazioni che caratterizzano la crescita cognitiva ed emotiva di ogni persona, lo sviluppo, quindi dei processi di pensiero, la possibilità di vedere gli oggetti del mondo reale e di elaborarne una rappresentazione mentale.

Nelle arti-terapie la presenza di oggetti e il ruolo che questi assumono nel processo appaiono di notevole importanza per comprendere la tecnica in quanto tale, lo spazio di comunicazione che si viene a creare tra artcounselor (o arte terapeuta) e cliente e i processi di regolazione emozionale.

Quando si parla di “oggetti” ci si può riferire tanto a “oggetti pulsionali” ossia al legame che si crea con l’agevolatore, per cui quest’ultimo diventa la “base sicura” mancata e mancante, tanto a quegli oggetti concreti, come un disegno, suoni, prodotti artistici. Questi ultimi oggetti  sono più vicini a quello che la nostra attività percettiva individua come appartenenti al mondo esterno e dotati di specifiche forme e caratteristiche strutturali che diventano però, nell’ambito della creazione artistica, simbolo di un “interno” che è impossibile fare emergere in altro modo.

Simbolo, nel significato etimologico di “mettere insieme” il fantasmatico, che corrisponde alla creazione di un secondo universo esistente solo nella mente di chi lo attua; il cognitivo, per cui l’emergere del simbolo equivale al legare mentalmente determinati eventi del mondo esterno e a fornire così una prima chiave per una comprensione olistica del mondo esterno e l’affettività, che permette all’emergere del simbolo l’elaborazione del dolore della separazione e il controllo delle emozioni.

Nello sviluppo della trasformazione simbolica dei contenuti del mondo esterno secondo la triplice valenza fantasmatica, cognitiva e affettiva si possono individuare i confini dello spazio della creatività individuale. Spazio che diventa “area transizionale” , ciò che è a metà strada tra soggetto e oggetto. Nella misura in cui creano e sostengono il legame affettivo, gli “oggetti transizionali” svolgono un ruolo positivo e offrono una dimensione creativa che permette di superare l’angoscia di separazione e di ritrovare ad un altro livello l’oggetto amato assente.

Lo spazio di creatività suggerito da Winnicott è pertanto uno spazio che si fonda su un uso attivo dell’illusione che spinge l’individuo a vivere, a modulare e regolare le proprie emozioni utilizzando anche strumenti od oggetti che possono appartenere all’esperienza artistica.

Setting arte terapeutico quindi come uno spazio del possibile in cui nulla è sicuro se non la possibilità stessa di far sì che molteplici eventi trovino un adeguato contenitore.

Il processo creativo si esplica, quindi, in un vivere pieno di significati, in un adattamento alla realtà attivo. Non è l’arte che trasforma la realtà o che cambia il mondo, ma può trasformare il linguaggio umano e l’uomo in quanto tale. E’ chiaro, in tal senso, che è l’individuo in quanto “trasformato” dall’arte che può poi tentare di trasformare la realtà con la sua vita e con la sua capacità di vivere in maniera attiva a adeguata le proprie emozioni. Il processo creativo non significa semplicemente originalità e libertà, ma implica uno sforzo a trovare nuove oggetti allargando l’ambito dell’esperienza umana.

Attraverso la regolazione delle emozioni è possibile trovare nuove forme espressive che portano alla realizzazione di opere che stimolano la ricerca di significati che prima era impossibile cogliere.


“ … tutte le arti che pratichiamo
sono un apprendistato di un’arte
più grande: la nostra vita”
M.C.Richards





giovedì 14 luglio 2011

Benessere ed esperienza creativa ...

Gabrielle Javier Cerulli - 26 circles on green-gold blue5 -
http://www.flickr.com/photos/arttherapy-etsy/1272248152/in/photostream/

“ Il sogno davanti alla tavolozza

è un sogno di sostanza”

Gilbert Durand


Come ho già ribadito in vari post, vi sono persone, anche con gravi disturbi psichici, che hanno potuto trarre qualche beneficio per le proprie problematiche dall’uso della pittura, della scultura, della danza, del fare musica o teatro. Sono state formulate diverse ipotesi volte a comprendere quali siano le dinamiche su cui si basano queste forme d’arte, per capire se in qualche modo tale produrre creativo possieda qualità “terapeutiche”. Accanto alle forme “terapeutiche” che prevedono l’utilizzo, a vario titolo, dell’espressione artistica, da circa trent’anni sono vive in Italia e all’estero esperienze di “terapia artistica”; tale “terapia” è intesa come un approccio a malattie e a disagi, sia psichici che fisici, attraverso l’arte.

Per Rudolf Arnheim il contatto tra il mondo dell’arte e quello della psicologia è troppo limitato ed è questo il motivo per cui la psicologia non è riuscita ad elaborare una teoria estetica convincente. Per comprendere davvero la produzione artistica lo psicologo dovrebbe fare arte. Egli potrebbe così “mantenere vivo ai suoi occhi, orecchie o mani il senso dell’esperienza artistica genuina”. Gli artisti dal canto loro, prosegue Arnheim, dovranno far cadere il pregiudizio per cui l’arte non può essere indagata con il “ragionamento analitico”. Per ciò che riguarda le teorie estetiche e la psiche, possiamo soltanto fare riferimento, afferma Arnheim, alla teoria motivazionale che vede nell’opera artistica una pura espressione e comunicazione di emozioni; oppure alla teoria psicoanalitica che, per quanto interessata alle origini dell’esperienza artistica e sebbene sia presente con “coerenza e vigore”, considera l’arte soprattutto come la soddisfazione di un desiderio.

L’esperienza artistica richiede alla persona un impegno attivo e materiale; l’arteterapia trova il suo fondamento nel rapporto che si stabilisce con l’agevolatore. Attraverso l’approccio meta-verbale si realizza un incontro tra due persone in una relazione d’aiuto che si serve più del fare che del colloquio.

Nell’ambito del percorso , dipingere (come modellare, recitare,danzare) è un dare messaggi, lasciar cadere segni che possano essere raccolti da un lettore partecipe, l’ArtCounselor o l’Arteterapeuta, presenza attenta che accompagna il possibile emergere di disagi personali. E aspettare insieme che il cliente, come il Pollicino della fiaba dei fratelli Grimm, dopo aver buttato le “illeggibili briciole”, lasci cadere tracce più visibili; nel gioco tra luce e ombra, segni di presenza spariscono e riaffiorano finchè l’esperienza prende corpo, e il “sogno” può apparire, manifestandosi concretamente.

Secondo l’Arteterapia ogni individuo, anche se non ha alcuna esperienza artistica, ha una capacità latente di proiettare i suoi conflitti interiori. Tale mezzo dà alla persona la possibilità di dichiararsi mediante la propria creatività. Il cliente può così avere la possibilità, per narrare di sé, di utilizzare sia l’immagine che la parola.

In Arteterapia, teniamo ben a mente, che la persona e il processo creativo sono più importanti del prodotto finito.

In effetti lungi dal distrarre, l’arteterapia ha le caratteristiche della concentrazione nel senso di un’intensificazione della coscienza: essa è lavoro conoscitivo.

Però, considerando il piacere come legittimo e fondamentale, è opportuno non separare l’utile e il necessario dal bello e dalla felicità. E’ possibile, infatti, divertirsi e provare piacere nel dipingere e, al tempo stesso, modificare e riequilibrare certe sproporzioni sul foglio affrontandole come dimensioni simboliche del sé. Il quadro è una zona franca, dove è possibile sperimentare nuovi atteggiamenti e consentire che qualcosa si trasformi tramite i colori e le forme che si modificano.

L’arte “crea una zona di vita simbolica”, che permette di esprimere sentimenti e idee, far emergere i contrasti e le difficoltà della quotidianità, dimostrare la capacità della persona di “trascendere il conflitto e di creare ordine nel caos, ed infine, di dare piacere” (Kramer).

La creatività è un fenomeno di trasformazione e di cambiamento; attingendo a rappresentazioni, simboli, evocazioni ed eventi, che sono patrimonio sia individuale che collettivo, permette una sintesi personalizzata e originale.

La creatività permette di avere uno sguardo personale sulla realtà esterna, di “colorire” il mondo con la propria originalità. Nell’infanzia il gioco è un fenomeno universale, manifestazione dello star bene. Ed è una capacità che non scompare completamente; rimane nella realtà psichica dell’adulto e si manifesta ad esempio nei giochi di parole, nello “humor”, per Winnicott, il gioco, con la diversità di spazio e tempo, è alla base di ogni esperienza culturale, artistica e religiosa. Il gioco ha origine dalla fantasia, quella stessa facoltà che per Freud, dà vita sia ai “sogni ad occhi aperti”, che all’esperienza creativa dell’arte.

Sempre secondo Winnicott, l’atteggiamento creativo è il solo rapporto con il mondo. Non si può tuttavia scambiare fantasia con fantasticheria o creatività con il vivere l’esperienza del sogno anche da svegli come, ad esempio avviene in chi è preda di allucinazioni o in chi non riesce a prendere contatto con la propria interiorità. L’arte può portare ad armonizzare queste situazioni estreme perché unisce ad una ricchezza di emozioni la presenza attenta alla realtà esterna.

Anche se la persona inizia a fare arte con esitazione e indecisione, con l’esperienza acquisisce vera capacità; i sensi si fanno più svegli, quello che prima veniva percepito solo in maniera confusa diventa più chiaro.

La funzione dell’arte assume così la concezione assai ampia di atteggiamento di maggior coscienza sia per ciò che riguarda il mondo esterno che la realtà interiore, non considerando separati la personalità interna e la reazione alla realtà esterna; il nostro modo di percepire il mondo è sempre carico di emozioni, bisogni e atteggiamenti personali. L’arte così diventa il mezzo per rendere visibile ed udibile la natura e il senso dell’esistenza umana ….


Per approfondire:

R.Arnheim
Arte e percezione visiva
Ed.Feltrinelli

R.Arnheim
L'immagine e la parola
Ed.Mimesis

R.Arnheim
Una visione dell'arte
Ed. Anicia

lunedì 13 giugno 2011

Arteterapia: gli esordi


L’arte può essere definita

- e utilizzata – come la mappa

esteriorizzata del nostro sé

interiore ..” Peter London

Il XX secolo ha portato con sé l’avvento della psicoanalisi, l’interesse degli artisti per il simbolismo e la spontaneità, l’interesse degli psichiatri per l’arte dei malati di mente.

Come la maggior parte delle terapie nate nello stesso periodo, anche l’arteterapia ha preso le mosse dal movimento psicoanalitico e dalle idee sul contenuto simbolico delle immagini che si potevano ricavare dai sogni. Verso la metà del secolo si diffondeva la convinzione che il processo creativo dell’arte potesse favorire la riabilitazione, il cambiamento e la crescita personale. Sia l’interesse crescente per le immagini come rappresentazioni dell’inconscio, sia il potenziale terapeutico del processo creativo contribuirono ad aprire le porte all’avvento dell’arteterapia.

Ci sono stati anche altri eventi importanti che hanno preparato il terreno. Lo sviluppo di nuove terapie aumentò notevolmente dopo il 1950, creando un ambiente favorevole alla comparsa e all’accettazione di novità. Alcune di quelle metodologie si ricollegavano ad esperienze del 1800, quando era cominciata, in Europa e negli Stati Uniti, la sperimentazione di trattamenti più umani dei casi psichiatrici, la cosiddetta “terapia morale”: i pazienti erano inviati in campagna, dove ricevevano un’attenzione individualizzata sotto forma di terapia occupazionale e attività artistiche. Il movimento tuttavia durò pochi anni, riemerse però nel secolo successivo con la creazione di ambienti terapeutici: ospedali psichiatrici, cliniche e centri di riabilitazione introdussero nel trattamento, accanto alle psicoterapie basate sul colloquio, attività artistiche, musicali, motorie e di scrittura creativa. Le arti erano usate in collaborazione con i trattamenti tradizionali, per aiutare i pazienti ad elaborare, individuare e comprendere sentimenti, pensieri, percezioni ed esperienze.

L’arteterapia ottenne ampio credito nei servizi di salute mentale in ogni parte degli Stati Uniti, coinvolgendo psichiatri, psicologi, educatori e artisti. Ai suoi esordi intervennero molte persone che avevano scoperto il potere curativo dell’arte, ma a due in particolare va il merito di aver introdotto l’arteterapia negli Stati Uniti.

La primogenitura nell’uso dell’arte come modalità terapeutica negli anni 40’ è attribuita a MARGARET NAUMBURG, psicoanalista e seguace di Freud. Essa considerava l’espressione artistica un modo di manifestare le fantasie inconsce, in linea con la prospettiva psicoanalitica dominante nella prima metà del secolo. Ai pazienti chiedeva di disegnare, oltre ad enunciarli a parole, i contenuti dei sogni e delle associazioni. A suo giudizio, il valore terapeutico primario dell’arte consisteva nella comunicazione e nell’espressione autentica: riteneva che le immagini prodotte dalle persone fossero una forma di linguaggio simbolico.

Negli anni ’50 la terapeuta EDITH KRAMER si mosse da un’ ottica completamente diversa proponendo l’idea che il potenziale creativo dell’arte scaturisse dalla sua capacità di attivare certi processi psicologici. Per lei la chiave del processo di arte terapia era soprattutto l’atto creativo in sé e per sé. Riteneva infatti che creare un prodotto artistico implica incanalare, ridurre e trasformare le esperienze interiori e può essere un atto di sublimazione, interezza e sintesi. Benché non possa risolvere direttamente il conflitto, l’espressione artistica può mettere a disposizione uno spazio in cui manifestare e sperimentare atteggiamenti e sentimenti nuovi.

È dunque dalla Kramer in poi, a mio avviso, che si può parlare di arteterapia vera è propria, e cioè, come si è già detto, con lo spostamento dell’attenzione dal prodotto artistico come materiale da interpretare, al processo creativo vero e proprio, che, avvalendosi di simboli e metafore, coinvolgendo il soggetto in attività che implicano un impegno sensoriale e cinestesico, si propone come un mezzo per identificare ed esprimere le proprie emozioni, e per comprendere e risolvere certe difficoltà.

Altre figure hanno esercitato un’influenza importante negli sviluppi iniziali dell’arteterapia: Hanna Yaxa Kwiatkowska, che negli anni ’50 e ’60 introdusse l’arteterapia nelle sedute di terapia familiare. Riteneva che certe specifiche attività di disegno servissero a individuare il ruolo e lo status dei vari membri della famiglia e si prestassero all’esperienza terapeutica del lavorare in comune.

Più tardi negli anni ’60 e ’70, Janie Rhyne ha usato l’espressione artistica per aiutare i clienti a raggiungere l’autoconsapevolezza e la realizzazione di sé, cioè a sviluppare il proprio potenziale e trovare soddisfazione nella vita. Il suo metodo puntava sulla lettura personale che la persona dava delle sue espressioni artistiche, in linea con l’impostazione non direttiva centrata sul cliente (vedi Rogers) tipica di quegli anni.

Grazie alle loro iniziative, negli anni ’60 l’arteterapia era ormai un metodo pienamente riconosciuto. Contemporaneamente agli Stati Uniti l’arteterapia era scoperta e sviluppata anche in Europa. L’inglese Adrian Hill aveva sperimentato il valore curativo dell’arte durante un ricovero in sanatorio negli anni ’40. Cominciò così ad elaborare l’idea dell’arte come trattamento delle malattie fisiche ed emotive ed introdusse per primo il termine “arte terapia”. Egli riteneva che l’arte alleviasse la monotonia della vita ospedaliera e offrisse un senso di speranza a chi era colpito da una grave malattia.

Edward Adamson, un altro pioniere inglese, era un artista che lavorava con i pazianti in un ospedale psichiatrico. Nel 1946 aveva messo a disposizione dei ricoverati un ambiente in cui dipingere e “curarsi da soli”, convinto che l’attività artistica fosse un modo unico di contribuire al proprio trattamento. Anziché analizzare le espressioni artistiche dei pazienti, pensava che esse parlassero da sole e testimoniassero le qualità curative del processo creativo. Adamson raccolse circa 60.000 fra dipinti e altri oggetti prodotti da pazienti psichiatrici, che ora costituiscono la “Collezione Adamson”.

Sono numerosi coloro che hanno contribuito all’affermazione dell’arteterapia come campo a sé stante, ma c’è un ospedale che ha esercitato una particolare influenza: la Menninger Clinic di Topeka (Kansas), fondata alla metà degli anni ’20 da Charles Menninger e i suoi due figli. Psichiatri i Menninger erano convinti che l’arte contribuisse alla guarigione delle malattie mentali e incoraggiarono nella loro clinica lo sviluppo di numerose attività.

Negli anni ’30 introdussero l’arteterapia invitando Mary Huntoon a tenere corsi per i pazienti. La Nuntoon, che non era una psicologa ma un’artista, aiutava i pazienti a servirsi dell’arte per elaborare e sfogare traumi e problemi psicologici. Essa coniò il termine “arte-sintesi” per descrivere il processo di auto-scoperta vissuto da molti pazienti del suo laboratorio. Il valore terapeutico dell’arte risiedeva nel produrla, piuttosto che nell’analisi diretta a scoprirne il significato simbolico.

Creando un disegno, un dipinto le persone hanno modo di sperimentare la catarsi e di scoprire il senso personalissimo che l’espressione artistica ha per loro.


" Siamo attivi nel processo, responsabili individualmente di trovare i nostri diversi modi di ri-creazione di noi stessi.. Nessun modo è la via!!! ..." Janie Rhyne

giovedì 2 giugno 2011

La Creatività: attingere al processo …


Nadia Sponzilli - Acquarello Alchemico - "Auto-accettazione" (particolare)

“L’atto creativo è un atto libero e scevro da ogni cliché o malformazione del pensiero, esso tende verso la verità delle cose e il suo nucleo, spesso frantumando il superfluo che è solo retorica, abitudine e pregiudizio... in definitiva corteccia da macerare” Rolando Attanasio - Creatività

La Creatività, come ho più volte ripetuto nei post precedenti, è uno strumento di crescita personale, autocoscienza, cambiamento e riabilitazione. Come la parola “arte”, anche “creatività” richiama alla mente una serie di associazioni radicate da tempo.

Quando si nomina l’arte, molti pensano subito alla creatività, benché il pensiero creativo non sia limitato all’arte.

Malgrado anni di ricerche sulla creatività, ancora non sappiamo bene come avvengano le svolte creative. Le teorie sono numerose, ma la maggior parte prevede in generale le fasi seguenti:

  1. Preparazione => raccogliere idee e materiali
  2. Incubazione=> immersione totale nel processo
  3. Illuminazione=> svolta improvvisa e compimento
  4. Verifica=> aggiunta di ritocchi o modifiche finali.

Queste fasi descrivono il processo creativo seguito nelle più varie attività, dalla semplice soluzione di un problema a quelle più nobili come portare a termine una scoperta scientifica, una composizione musicale, una poesia o un’opera d’arte.

Dato che nelle arti visive il processo creativo è un’esperienza manuale che oltre alla mente chiama in causa anche i sensi, si suppone che vi intervengano altri aspetti più specifici. Secondo la terapeuta Vija Lusebrink, la creatività artistica coinvolge esperienze cinestesico/sensoriali (azione), percettivo/affettive (forma) e cognitivo/simboliche (immagine).

  • Cinestesico/sensoriale=> si interagisce con il materiale per esplorarlo attraverso l’attività motoria, il tatto, la vista e gli altri sensi; a questo livello non conta cosa si crea in particolare, ma l’esperienza corporea dell’espressione sensoriale tramite i materiali.
  • Percettivo/affettivo => il materiale è usato per comunicare idee ed emozioni, trasmettendo sentimenti o percezioni attraverso l’espressione artistica.
  • Cognitivo/simbolico => il materiale artistico è usato per comunicare un significato personale mediante la struttura, elaborazione e modificazione della forma e dell’immagine

Sempre secondo la Lusebrink esiste poi un quarto livello , il “livello creativo”, che è l’integrazione di tutti gli altri in forma artistica. Non tutti raggiungono questo livello, ma una qualche forma di creatività si può incontrare anche a ciascuno degli altri livelli. Per esempio una persona può fare un’esperienza creativa usando linee e colori per esprimere nella pittura una certa emozione (livello percettivo/affettivo), oppure semplicemente facendo scorrere la matita sul foglio (livello cinestesico/sensoriale), o sviluppando un’immagine che simboleggia un concetto o un’idea (livello cognitivo/simbolico). Quando tutti e tre questi livelli si combinano in un disegno, un dipinto, una scultura, il risultato è un’autentica creazione, unica e suggestiva.

Quel che più conta in tutto questo discorso è che nel modo di vivere il processo creativo dell’arte esistono notevoli variazioni personali, che sono importanti ai fini dell’Arteterapia. La creatività personale dipende moltissimo dall’interesse che un’attività suscita in noi, dal fatto che ci appaia significativa e motivante.

Se consideriamo l’importanza dell’Arteterapia per il raggiungimento di uno stato di ben-essere della persona, il processo creativo rappresenta la strada attraverso cui il soggetto prende coscienza dei suoi aspetti più intimi, ed esprime le emozioni più profonde.

E’ durante questa fase che la persona ritrova grande soddisfazione e autostima. Forzando i propri limiti e rifiutando i preconcetti, si trova il coraggio di abbandonare vecchie credenze e percezioni di sé e delle proprie esperienze per abbracciare una visione nuova, ricca di significati da esplorare.

In questo modo il processo creativo è visto come parte integrante della nostra autorealizzazione; ciò ci permette di conoscere meglio noi stessi e sviluppare appieno le nostre potenzialità.