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mercoledì 29 febbraio 2012

Sulla FELICITA’ ...... felicità d’infanzia

Vi ricordate la fine del post precedente? “Prendete un libro di Arte o se avete un artista preferito cercate nel web la vostra opera d’arte e poi … un po’ per gioco, che come sappiamo è un’attività molto seria, immergetevi nel dipinto e raccontate una favola …… “….


Ecco questo è il mio esercizio e le mie riflessioni …


 Claude Monet - Il giardino dell'artista a Vetheuil -

Come un ricordo di felicità: un grande giardino, il cielo blu con le sue nuvole che passano, grida e giochi di bambini, grandi fiori, una mamma che sorveglia da lontano.... luci, rumori, odori particolari.
Un bambino se ne sta di fronte alla natura che si apre davanti a lui.
Più indietro la sagoma rassicurante della casa e due figure familiari quella della madre e di un altro bimbo.
Davanti gli si apre la strada, che l’attira con tale forza che esita per un istante, prima di lanciarsi.... è perfettamente felice, e il tempo per lui si è fermato, sta assaporando questo istante di perfetto equilibrio tra noto e ignoto... immobilità e movimento... ha la sensazione di un futuro senza limiti, l’intuizione che ci sarà, ancora e sempre, un infinito di felicità da vivere....

“I bambini non hanno né passato né futuro, e, cosa che a noi succede affatto, godono del presente” (Jean de la Bruyere)

Il mio rapporto con la felicità ha un po’ a che fare con quello che immagino in questo quadro: un sottile equilibrio tra l’essere radicati e prendere il volo.
Il bambino che esita a lanciarsi nel giardino è un po’ come me stessa di fronte alla vita.

La felicità per me è concepibile solo nell’apertura al vasto mondo. Non può durare nel ripiegamento su se stessi, nella chiusura. Un perimetro angusto non è mai una scelta: di solito è dettato dal dolore o dalla paura, da percorsi di vita che ce lo hanno imposto come unica decisione possibile per la sopravvivenza.

Al contrario, l’istinto dell’infanzia si rivolge alla felicità in una dimensione più ampia.

D’altra parte un simile slancio è possibile solo se esiste una base “sicura” alla quale è possibile tornare. Il bambino non si lancerebbe mai in quell’impressionante giardino senza tali ancoraggi, senza essere convinto che la madre e la casa sono là per accoglierlo al ritorno dalle sue avventure.

La felicità non consiste nel restarsene chiusi nella propria casa, attaccati alle proprie radici. Ma può consistere nel ritrovarle, nel sapere che sono là mentre si è lontani....

...noi abbiamo bisogno di certezze, anche limitate, per tollerare l’incertezza dell’illimitato... avere salde radici per osare lanciarsi....

La felicità si nutre del libero gioco tra il noto e l’ignoto. Tra la tentazione dell’immobilità e della sicurezza – con il rischio della noia e del deperimento – e la  ricerca della sfrenata novità – con il rischio della superficialità e della vacuità .....

Guardo il bambino nel giardino: ha risolto il dilemma.... finito di esitare, si lancia....
Si lancia fiducioso tra le braccia della felicità......

venerdì 24 febbraio 2012

La favola della casa blu ...



Marc Chagall - La casa blu (1917)

Come ho più volte ho ripetuto nei vari post di questo blog, l’arte è un mezzo eccezionale per parlare di noi stessi offrendoci quel vocabolario emozionale che spesso non troviamo con le parole; in questo articolo vedremo come un’opera d’arte possa diventare un contenitore emotivo su cui proiettare parti di noi stessi.
Di seguito un esempio di come l’immagine di un quadro sia in grado di  stimolare il racconto di una favola….

“C’era una volta una casetta piccolina che se ne stava sola sola su una collina a guardare sempre, in lontananza, le belle case grandi del paese vicino. Tutti i giorni si chiedeva: “Chissà se un giorno anch’io diventerò bella e grande come loro? Magari potrò essere la principessa delle case e tutti mi ammireranno, perché anch’io avrò finestre bellissime, ampie e con vetri preziosi. Le mie mura saranno alte, colorate e piene di fregi importanti. Tutte mi invidieranno perché nessuna casa sarà così perfetta come sarò io!”
Ma il tempo passava e la casetta ogni tanto perdeva un pezzo, cadeva una finestra, si apriva una crepa nel muro, il tetto perdeva acqua in tanti punti e addirittura un bel giorno cadde giù la porta. Tutti potevano entrare senza chiedere permesso a nessuno e comunque lei restava lontana dalle altre case sempre sola a guardare. Poi si rese conto che tutte le ferite che venivano fatte alle sue mura e al suo tetto prima o poi l’avrebbero fatta crollare. Fu così che decise, che nonostante tutti i suoi buchi e i pezzi cadenti, doveva fare qualcosa. Non poteva arrendersi e anzi capì di dover partire proprio da quelle crepe, perché la Vita dà la possibilità a tutti di creare bellezza con quello che si ha. La primissima cosa che dovette fare fu quella di imparare a perdonare le altre case che l’avevano ignorata e lasciata sola per tanti anni e poi se stessa per tutti quei buchi e quelle crepe che aveva addosso. Non era per niente facile, ma l’aiutò moltissimo girare lo sguardo da altre parti.
Infatti iniziò a guardare in su, verso le vette del Mondo e in giù, verso le profondità della Terra e ciò che vide gli piacque moltissimo. Su vide Libertà e giù vide Verità. Cominciò così a sentirsi una casa piena, “sgarrupata”, ma piena. Questo non succedeva sempre, però adesso succedeva! La colpì tantissimo vedere che vicino a lei c’erano degli alberi che non aveva mai considerato e gli uccellini spesso si riparavano sotto il suo tetto. Il suo sguardo non arrivava più solo fino al villaggio, andava oltre e si accorse che dalla sua collina poteva vedere addirittura il mare. Ecco che improvvisamente in un bel giorno di sole, iniziò a cantare! Non era un canto perfetto tanto meno speciale, però era sicuramente un canto d’amore! Quel canto arrivava fino al paese delle belle case grandi che aveva osservato per tanti anni, ed ora erano proprio loro che guardavano lei! Ma lei ancora non capiva perché lo facessero: lei era solo una casetta piccolina diroccata e solitaria! Perché ascoltavano il suo canto? Perché la guardavano e sembrava la chiamassero? Non riusciva a capire!
Alla fine la piccola casetta si guardò e vide che era diventata tutta blu e nonostante tutte le ferite che aveva addosso era bellissima.
Non riusciva a crederci!
Anzi erano proprio quelle ferite, quelle crepe, la sua storia e la sua solitudine che l’avevano resa unica, irripetibile, blu e bella! ….. “

Antonella Orecchio

Corso di Antropologia Narrativa Istituto Solaris
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A questo punto perché non provare????
Prendete un libro di Arte o se avete un artista preferito cercate nel web la vostra opera d’arte e poi … un po’ per gioco, che come sappiamo è un’attività molto seria, immergetevi nel dipinto e raccontate una favola …… “C’era una volta …….”


sabato 11 febbraio 2012

I materiali dell’opera artistica: “comunicare” attraverso il medium artistico



In ogni esplorazione artistica e creativa, i mezzi operativi sono un dato fondamentale. Nel campo pittorico, l’utilizzo delle diverse tipologie di colori infonde al gesto creativo specifiche potenzialità energetiche oltre che tecniche.
La scelta del materiale utilizzato consente, poi,  a sua volta importanti considerazioni. 
In un setting di ArtCounseling questa scelta va lasciata al cliente, a meno che sussistano importanti motivi che giustifichino la decisioni di offrirgli un determinato stimolo.  La libera scelta ha, infatti, un rilevante significato legato alla personalità del cliente o al disagio che sta attraversando in quel momento e ci può dare importanti indicazioni su come procedere nel lavoro.
Non è assolutamente indifferente se qualcuno utilizza i pastelli oppure le cere o i gessi, le tempere, i colori digitali o l’acquerello. Sulla base delle esperienze, dove naturalmente le eccezioni confermano la regola, si può dire che, in genere, la scelta del materiale utilizzato per la rappresentazione è pilotata dall’inconscio e, proprio in quanto non è casuale, merita un’attenzione particolare.

Se qualcuno è tagliato fuori dai suoi ambiti emozionali, si può dire che vive esclusivamente “nella sua testa”, e quindi probabilmente eviterà i colori orientandosi spontaneamente verso la matita.
Il disegno eseguito con la matita su u foglio può essere facilmente cancellato, è quindi poco impegnativo. Prima di tutto il segno può essere tracciato in modo pallido e sottile sul foglio; inoltre, anche se con la matita si possono realizzare delle ombreggiature, il suo carattere resta tuttavia, sempre quello del tratto, che ben si presta a contenere qualcosa nei suoi contorni. Da cui possiamo dire che la matita esprime in genere una qualità astratta, teorizzante, è grigia o, in ogni caso, nerastra.
Per poter comunicare con la matita un’emozione profonda è necessario possedere una capacità artistica superiore alla media, oppure una carica di energia che lasci un segno nel disegno, definendolo, il che, come le persone che preferiscono questo mezzo, nella maggior parte dei casi è reso impossibile a causa di ristagni e blocchi emotivi.
In realtà, la parsimonia con la quale questi individui delineano soltanto i contorni delle cose non origina da una volontà di ridurre tutto all’essenziale, bensì da un “non poter dare” o “non voler dare”, da una paura che trattiene l’azione e che limita il darsi e l’impegnarsi.

Se si utilizza una matita colorata, è chiaro che le linee sono colorate e quindi anche più intrise di emozioni. Tuttavia questo sentimento è piuttosto rigido e freddo. Il colore dei pastelli è secco e duro, il tratto è sottile, la mescolanza delle tinte è problematica: solo l’applicazione ripetuta riesce a scaldare e ad amalgamare i colori.

Passiamo ai pastelli a cera , essi vengono stesi sul foglio con stratificazioni che formano una patina secca, compatta e variamente lucida. I colori non si mescolano con facilità; le sfumature, spesso, sono imprecise e mostrano una certa rigidità. L’applicazione dei pastelli a cera richiede forza e intensità, cosa che ben asseconda la loro caratteristica catartica e liberatoria. Essi sono particolarmente apprezzati dai bambini, che li utilizzano per sfogare, istintivamente, tensioni e conflitti. Il tratto è approssimativo e schematico, e proprio questa impossibilità di definizione consente l’esplorazione dei contenuti emotivi senza l’intervento critico della mente. Le tinte generalmente forti e imperative.

L’utilizzo dei gessi e dei pastelli a olio, al contrario, consente di esprimere sentimenti saturi, morbidi, densi. Essi sono mezzi che scorrono sul foglio con facilità, unendosi volentieri gli uni agli altri. La loro stesura è confortevole, il tratto è indefinibile ed emozionante. Ci aiutano a prendere coscienza delle profondità delle nostre emozioni, favoriscono la distensione e fluidificano il piano emotivo facendoci riflettere sull’effettiva disponibilità che abbiamo verso noi stessi. Lavorando con questo tipo di colori, si entra facilmente in uno spazio di intimità, in cui possiamo comprendere la vera natura dei nostri bisogni, trovando la necessaria morbidezza per viverli con intensità.

Con le tempere introduciamo un medium tra noi e il foglio: il pennello. Quando usiamo dei pastelli, di qualsiasi tipo essi siano, abbiamo il colore in mano e agiamo direttamente in modo istintivo. Invece, quando usiamo il pennello, solo la punta è imbevuta nel colore, e vi è comunque una distanza dalla mano. Questa distanza ci rende virtualmente testimoni e responsabili dell’azione. Tenendo il pennello in mano, improvvisamente diventiamo coscienti che l’opera richiede l’intima volontà di crearla, la piena responsabilità e ispirazione in ogni atto. Le tempere hanno una loro sobrietà, sono duttili e vigorose usandole possiamo imparare a prenderci la responsabilità delle nostre azioni e del nostro destino, affinandoci nel trovare soluzioni inaspettate e nuovi percorsi.

Il lavoro con gli acquerelli consente di lasciar trasparire le nuance più nascoste dell’animo. Negli acquerelli l’acqua è maestra, essa è materia misteriosa, fluida e incolore e rappresenta l’invisibile flusso della vita che scorre in ogni cosa.
Nella pittura ad acquerello è propriamente l’acqua che la fa da padrona: prendendo il colore muove la propria danza, tracciando fluorescenze cromatiche e imprevedibili incantesimi. Con questo strumento è difficile imporre la propria volontà bensì è necessario imparare ad assecondarlo  e a sedurlo. Chi è abituato a forzare la direzione della sua vita (con l’amara delusione che spesso ne deriva) ha molto da imparare dall’acquerello. Esso insegna il “lasciarsi andare” che non significa passività, ma una preziosa qualità di rilassata presenza, colma di attenzione e comprensione.

Mentre i colori ad acqua sono utili per lasciarsi fluire svelando i luoghi più delicati e impalpabili della nostra anima, i colori ad olio sono fortemente corporei, ricchi di sostanze e capaci di spessore. Con essi si può rappresentare tutto e tutto rimescolare. Asciugano lentamente e sono difficili da maneggiare. Hanno personalità forti e diverse, che a volte si amano e a volte si combattono sulla tela, così come accade nel gioco della vita. Il lavoro che impasta e stende i colori ad olio, scende in profondità nelle emozioni; in qualche modo il colore ad olio assorbe e contagia con una sorta di osmosi creativa che fa essere un tutt’uno con l’opera.

E per ultimo vediamo i colori acrilici; la pittura con questo tipo di colori è la più “asciutta” tra quelle a pennello. La stesura dei colori risulta omogenea e compatta. Ogni tinta ha la facoltà di ricoprire, è una pittura che è capace di razionalità e di precisione descrittiva. Proprio in questa sua nitidezza si esprime una forte spinta alla sintesi, un voler vedere chiaro. I colori acrilici si sposano bene al gesto volitivo che scaturisce dal processo di individuazione, capace di affermare o di negare ma forse non acora pronto  a emozioni profonde in cui lasciare che l’Io si diluisca nello stupore.

mercoledì 18 gennaio 2012

L’arte nel lavoro di gruppo



Esiste una letteratura molto ricca sia sulla natura dei gruppi, sul modo in cui le persone si comportano al loro interno e sui motivi alla base di tali comportamenti, sia sugli approcci all’attività “terapeutica”, di riabilitazione ed educativa di gruppo.
Quasi sempre,nell’ambito della vita di gruppo vi sono aspetti di relazione e di comunicazione che si verificano a vari livelli e attraverso diversi canali:
·         All’interno dell’individuo

  •     Tra i membri
  •     Tra l’agevolatore del gruppo e l’individuo
  •     Tra l’agevolatore del gruppo e l’intero gruppo

La comunicazione e le relazioni possono essere verbali o non verbali e possono includere il linguaggio del corpo.

L’importanza dell’attività artistica in gruppo sta nel fatto che un oggetto o più oggetti vengono creati all’interno della vita del gruppo. Il modo in cui il lavoro viene svolto, il suo contenuto (palese o ignoto), il modo in cui esso viene recepito e usato influiscono su tutti i livelli di relazione e di comunicazione elencati sopra e a loro volta ne sono influenzati.
L’opera concreta e visibile che viene prodotta può essere vista e, di conseguenza, focalizzata; l’attenzione del gruppo direttamente stimolata dalle immagini si concentra su argomenti e questioni specifici.

L’attribuzione di una forma ad aspetti della nostra vita interiore e ai modi in cui noi interpretiamo il mondo consente una più rapida auto apertura ed auto esplorazione. Capita inoltre molto spesso che in breve tempo si venga a creare un forte senso di identità di gruppo.
L’oggetto creato può essere conservato e ripreso in un secondo momento, e si possono così fissare, in modo costante, gli sviluppi del singolo individuo e del gruppo. Il grado e il modo in cui vengono trattati gli aspetti delle dinamiche di gruppo dipendono poi sia dall’obiettivo perseguito dal gruppo sia dalla formazione e dallo stile adottati da chi lo gestisce.

“Non sono mai stato portato per le materie artistiche” o “sono assolutamente negato per il disegno” sono frasi che si sentono molto spesso da persone alle quali viene proposta l’idea di fare un lavoro artistico. Con queste affermazioni si comunica il fatto che, per molti, l’unica esperienza personale di creazioni artistica risale ai tempi della scuola e che quell’esperienza è stata, nella maggior parte dei casi, imbarazzante, umiliante o semplicemente noiosa.

E’ quindi necessario che l’operatore di un gruppo comprenda la paura  di “prestazione” degli utenti e cerchi di mettere le persone a proprio agio incoraggiandole a esprimere le proprie abilità creative naturali.
Questo processo può essere visto come una concessione del permesso. Quando le persone hanno la sensazione che le loro preoccupazioni riguardo all’attività artistica siano state ascoltate e che il modo di lavorare proposto sia accessibile, generalmente si assumono il rischio di provare a vedere che cosa succede.

Indipendentemente dall’attività, i gruppi possono mettere in evidenza i lati migliori e peggiori di coloro che vi fanno parte. Per i gruppi basati sull’Arteterapia sono di particolare importanza i fenomeni di transfert, controtransfert, identificazione e proiezione. A differenza di altri gruppi, basati invece sulla parola, tuttavia, l’immagine stessa, le tecniche della creazione artistica, l’atteggiamento delle persone verso il prodotto finito e il processo di creazione in sé aiutano a comprendere bene le varie dinamiche che si manifestano.

Creare “un’opera artistica” può essere spesso un’attività imbarazzante. Infatti, gli adulti possono produrre immagini infantili dal punto di vista della raffigurazione, e, per quanto l’elemento di gioco implicito permetta la regressione, è facile che essi si sentano insicuri nello svolgere un’attività che hanno abbandonato da bambini. Tutti questi fattori possono contribuire ad alimentare i rapporti di transfert e altri sentimenti proiettati all’interno del gruppo, sia positivi che negativi, ecco quindi che l’opera dell’agevolatore è di fondamentale importanza, è lui a guidare la danza e starà a lui con delicatezza, empatia, non giudizio, accogliere i vari vissuti e i bisogni che di volta in volta emergono.

La particolarità del lavoro in gruppo risiede nel fatto che le creazioni artistiche prodotte da ciascun componente evidenziano sia l’unicità che le differenze personali che si sono create all’interno del gruppo. Le emozioni e le esperienze personali di un individuo possono, inoltre innescare un processo di crescita e di cambiamento anche in un altro individuo.

L’interazione permette poi di sperimentare anche significative esperienze di apprendimento interpersonale: l’attenzione è rivolta ai processi che avvengono nel “qui e ora” e, attraverso l’autosservazione ed il feedback proveniente dagli altri, ciascun membro arriva a rendersi conto della natura del proprio comportamento e dell’impatto sull’esterno. Questa consapevolezza può produrre cambiamenti importanti nel comportamento, anche al di fuori del contesto “gruppale”, cambiamenti che favoriscono lo stabilirsi di relazioni interpersonali più soddisfacenti ed in grado di valorizzare l’autostima della persona.

Nei percorsi di gruppo una componente essenziale per un buon funzionamento è lo sviluppo, spesso lento e graduale, della fiducia reciproca, per una maggiore coesione e cooperazione. I membri arrivano a conoscersi in un modo nuovo, spesso la condivisione di esperienze artistiche di buon valore espressivo porta a riconoscere lo stile, i simboli immaginativi ed i temi emotivi degli altri individui.

Il Gruppo diventa così lo specchio del nostro sentire interiore divenendo un valido supporto per metabolizzare ed elaborare l’esperienza che si sta vivendo.

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con contributi tratti da:

J.Campbell
Attività artistiche in gruppo
Ed.Erickson

E.Giusti - I.Piombo
Arteterapie e Counseling Espressivo
Ed.Sovera

lunedì 16 gennaio 2012

Arte e "follia"



L'arte è invenzione, creatività, rottura degli schemi. La follia è ripetizione, fissazione, terrore di vivere, a volte violenza.Arte e follia non sono una coppia, possono qualche volta farsi compagnia ma non c'è un rapporto preferenziale fra loro. L'arte è un evento spesso piacevole e interessante mentre la follia è una condizione di vita difficile e dolorosa.
In questo contesto do al termine "Follia" uno statuto clinico, la definisco come patologia nella quale l'individuo è imprigionato dal suo stesso modo di pensare e di agire. Tutti gli individui che hanno una forte immaginazione e lavorano molto con la fantasia possono effettivamente creare opere nell'ampio contenitore delle arti, la storia delle arti visive e letterarie conosce parecchie persone che hanno raggiunto una grandezza e un riconoscimento, magari postumo, universale. Sono individui che riescono in qualche modo ad organizzare la loro dimensione immaginativa, le loro proiezioni deliranti e a costruire un'opera che pacifica, rappresentando la loro follia rendendola più tollerabile. 

L'arteterapia è un'esperienza che pone al centro della sua pratica il fenomeno espressivo. Le emozioni e gli affetti vengono veicolati sulla tela attraverso l'azione delle nostre mani e tali azioni oltre a liberare e a diminuire i nostri grovigli emotivi interiori promuovono un vero e proprio discorso simbolico in cui noi ci rappresentiamo. Questa è' una tecnica molto utile e funzionale nella cura delle psicosi e dei disturbi di personalità dell'età adulta.
Quando si parla di arte terapia in psichiatria si parla di una disciplina interna all'area di cura riabilitativa. Riabilitazione nel significato di “rianimazione” ossia ricominciare a pensare, fare circolare nuovamente dei pensieri per ricostituire un'anima.



L’arteterapia, esattamente come l'arte rende visibile ciò che non lo è, rende visibile quel che non è visibile e dà forma a quel contenuto interno, nella sua dimensione emotiva e affettiva.
Qual'è la dimensione di un contenuto affettivo ed emotivo? Può essere corporea, somatica, sono emozionato e sudo oppure ho le palpitazioni. C’è un effetto somatico che riguarda il corpo che non dice nulla però dell'emozione che provo. Sudo, ho il cuore che scoppia, a quale emozione si riferisce? Paura, gioia, dolore, rabbia, amore, etc. Bisogna provare a dare un nome, a nominare e a definire le emozioni che il mio corpo rappresenta cosi bene.
Nella misura in cui indico con la parola qualcosa che percepisco, definisco una connotazione che è per certi aspetti è un fermo immagine. Il fermo immagine è una dimensione di forma simbolica, è una simbolizzazione.
Nelle psicosi gravi come possono esserlo le schizofrenie, le rappresentazioni pittoriche, scultoree, grafiche non sono delle rappresentazioni di qualcosa come invece possono esserlo per noi.
Per il soggetto schizofrenico che configura visivamente questa cosa, la cosa non è una rappresentazione di se stesso ma è lui stesso. In questo essere la cosa che fa' sul foglio riesce a visualizzare per la prima volta se stesso come in una sorta di specchio. L'altra fondamentale caratteristica della forma visiva è che oltre a vederla posso toccarla con le mie mani perché è una forma tangibile che ha uno spazio fisico sul foglio.



È una forma in cui il “paziente” per la prima volta riesce a vedere qualcosa di se stesso perché comincia a esserci una minima relazione con l'arteterapeuta, che è accanto a lui.
Il “paziente” può così cominciare ad amare qualcosa che vede estraneo ed esterno a lui attraverso l’apprezzamento e la considerazione dell’arteterapeuta che riconosce, considera, apprezza e tocca la forma dell'oggetto raffigurato.
Ciò che avviene è la stessa cosa che accade a un bambino piccolo che vede qualcosa all’esterno della propria forma corporea e comincia a visualizzare e a toccare, realizzandolo come oggetto solo se qualcun altro lo riconosce come tale, amandolo e apprezzandolo o al limite anche rifiutandolo. Diventa un oggetto buono o cattivo, bello o brutto, amichevole o nemico, a seconda che l'altro lo indichi favorevolmente o meno. Lui ascolta, sente se c’è un legame di fiducia con l’altro, a poco a poco inizia il processo esperienziale di incontrare un altro e attraverso l'altro comincia ad avere qualche considerazione di se stesso.
Questo è il lento processo che avviene in un lavoro di arteterapia con la schizofrenia.
Essere schizofrenici vuol dire non esserci, non esserci su un piano della comunicazione verbale, vuol dire non avere una propria definizione del proprio corpo. Il proprio corpo può essere vissuto in una dimensione persecutoria. Ci possono essere rappresentazioni immaginifiche dello stomaco o delle parti del corpo che parlano che non vengono concepite più come organi interni ma come delle forme estranee alla persona.
Altri tratti della schizofrenia sono le allucinazioni visive e uditive, una chiusura sempre più ermetica della persona e un comportamento ripetitivo come fumare 100 sigarette al giorno e ingurgitare caffè con modalità compulsive.
La follia è una grande normalità delirante, la follia è fissazione, coazione, disperazione silenziosa e chiassosa.
Quando abbiamo a che fare con la disintegrazione, abbiamo a che fare con una persona che non si considera persona perché non si percepisce come tale, il fatto di disegnare e di rappresentare una forma sulla tela significa che io riesco a sentirmi io e a avere una minima percezione di me mediante la forma che ho rappresentato sulla tela e se questa forma viene riconosciuta, 'amata', posso reintegrarla come amore di me. Posso cominciare a volermi bene attraverso questa forma. Molto semplicemente è la costruzione di quel fondo originario che è il nucleo narcisistico primario che un individuo dovrebbe 'avere con sé' fin dalla  sua nascita. Questo nucleo narcisistico è un'eredità biologica, organica, e culturale,psichica,  della famiglia di appartenenza, madri, padri, nonni, etc. concorrono a costruire quello spazio di accoglienza e di vita che è il principale nutrimento per dare esistenza alla persona...non si vive di solo pane ma anche di qualcosa d'altro, nonostante il nutrimento biologico sia fondamentale. Posso finalmente sentirmi 'cosa buona' e quindi in prospettiva cominciare a volermi bene, a difendermi per proteggermi, a vivere.
Nella psicosi questo  nucleo narcisistico è bucherellato o molto raffazzonato. Il canale visivo è dunque in questi casi fondamentale perché ha una maggiore capacità di comunicazione rispetto a quello verbale in quanto costruisce forme  che possono dare avvio a un processo di simbolizzazione nella persona.
Si fa arte quando ci si libera da stessi e dalla propria condizione di sapere quel che siamo. L’arte è una grande elaborazione della nostra vita interiore.

 “ Ciò che a mio avviso l'uomo vuole di generazione in generazione  è reinventare  i modi nei quali l'apparenza può essere prodotta e riportata sul suo sistema nervoso più violentemente, più immediatamente di quanto sia stato fatto in precedenza perché ciò è già diventato una soluzione assorbita. Così ogni generazione deve reinventare l'apparenza”. F.Bacon



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Liberamente tratto da:




domenica 27 novembre 2011

Un Collage per "guarire" ....



Gabriella Costa - "il senso di un viaggio" 

Dopo un lutto, una separazione o quando si devono affrontare scelte difficili: sono tante le situazioni nelle quali si sente il bisogno di “rimettere insieme i pezzi” della propria vita o di “ricomporre i cocci” dopo esperienze laceranti. Per farlo, c’è una tecnica che, proprio perché rappresenta una metafora di questo percorso, può aiutare a fare il “patchwork” giusto di interessi, emozioni, valori. Questa tecnica si definisce Psico-collage ed impararla è davvero facile. Ecco come fare.

Una tecnica dell’arteterapia
Matite o tempere, creta e collage: tutte le varie tecniche artistiche possono costituire degli efficaci strumenti terapeutici e di crescita personale. L'arteterapia, infatti, può essere definita un intervento di aiuto che utilizza i materiali artistici e il processo creativo come sostituzione o integrazione della comunicazione verbale essa si fonda sul concetto che il “fare” (in questo caso fare-arte) produce ben-essere, aumenta l’autostima facendo sentire la persona come un individuo in grado di “fare” migliorando così la qualità della vita. Inoltre attraverso l’arteterapia si ha la possibilità di attivare quelle risorse che tutti possediamo ma che spesso dimentichiamo di avere attuando attraverso il processo creativo la capacità di dare una forma al proprio vissuto trasmettendolo creativamente agli altri.  L’arte possiede il grande pregio di esprimere e rendere visibile quello che è difficile comunicare a parole, essa diventa così un mezzo di comprensione e attribuzione di senso dei propri vissuti. Infatti mentre le parole implicando la concettualizzazione del disagio possono mentire, nascondere o dimenticare ; le immagini non mentono, sono immediate prendono forma dal profondo di noi stessi by-passando tutte le difese.

Come si pratica.
Perché l’arteterapia sia davvero efficace, però, questa non deve essere improvvisata, ma, almeno all’inizio, è necessaria la guida di un esperto. Nel suo studio, l'arteterapista prepara i materiali e l'ambiente in modo da creare un clima di rilassamento e tranquillità per un paziente o anche per un gruppo che parteciperà alla seduta.

Lo scopo.
Attraverso l’espressione artistica, la persona esprime contenuti personali che possono essere ricordi, sensazioni, emozioni ed attua un riconoscimento di sé e della propria presenza in grado di lasciare una traccia. Inoltre, nel momento in cui le sensazioni si traducono nell'oggetto artistico, avviene un processo di autocomprensione più profonda. Questo accade perché il riuscire a raffigurare immagini, sentimenti ed emozioni, dando ad essi una forma visiva concreta, permette di poterli osservare come qualcosa di staccato da sé, mettendo in atto quella “distanza emotiva” necessaria alla loro esplorazione.  Ecco allora che anche nelle immagini più cariche di sofferenza e di angoscia (ad esempio il ritratto di una persona cara che non c’è più) si crea uno spazio di comprensione ed elaborazione.

 Cos’è lo “psico-collage”
Lo psico-collage, quindi, non è altro che una forma di arteterapia che si avvale dell’uso di questa tecnica artistica. Ecco in cosa consiste.

Cos’è il collage.
Come tecnica artistica, il collage appare per la prima volta agli inizi del ventesimo secolo, con gli artisti del novecento. La parola "collage" viene dal francese e significa letteralmente "incollare", così oggi si definisce con questo termine, qualsiasi manufatto realizzato incollando sulla superficie uno strato, ovvero un’opera ottenuta attaccando insieme elementi, anche diversi, come carta di giornale, carta da parati, illustrazioni, stoffa su una superficie piatta. Per quanto riguarda il suo uso in arteterapia, questa tecnica è una delle più semplici, proprio perché si avvale del solo uso di carta, forbici e colla e non prevede una particolare predisposizione alla manualità. Non a caso è uno dei primi procedimenti artistici che vengono insegnati ai bambini nelle scuole.

La versione “psicologica”.
Il collage psicologico è caratterizzato dal fatto che, pur restando invariata la tecnica, sono i “ritagli” o inserti scelti ed il loro modo di combinarli ad avere un valore speciale, proprio perché si tratta di “immagini” che ci riguardano da vicino, che in qualche modo parlano di noi. Il foglio bianco diventa lo schermo su cui proiettare i nostri fantasmi, le nostre paure, i nostri ricordi, una sorta di filo d’Arianna che ci conduce attraverso il labirinto del nostro inconscio fino al centro di noi stessi. Esso ci permette di mettere in scena la nostra fiaba interiore accedendo al nostro immaginario lasciando tuttavia intatte le nostre difese. Infatti in arteterapia il Collage è una grossa maschera che rispetta molto le difese di chi lo fa : attraverso una immagine ci si può nascondere e permettere che essa parli in nostra vece.
In più è un ottimo mezzo per abbassare il critico interiore, colui che mina continuamente la fiducia in noi stessi non necessitando di alcuna particolare competenza artistica.
Inoltre dal punto di vista strettamente psicologico attraverso le varie fasi: la scelta dell’immagine, la de-struttrazione (taglio o strappo della figura) e la ri-configurazione dello scenario (che fino all’incollaggio può essere riposizionato all’infinito), permette di sperimentare , ri-creare e ri-organizzare nuove e diverse ambientazioni come possibili metafore di situazione di vita.

Come fare un collage "psicologico".

Anche la tecnica del psico-collage dovrebbe essere appresa da un primo incontro con un terapeuta che possa aiutare ad esplorare il risultato finale, ma, una volta apprese le chiavi di lettura dei propri lavori, questa tecnica si può applicare anche a casa. Ecco come.

Creare l’ambiente giusto.
Bisogna prepararsi al momento di psicocollage con cura, scegliendo un’ora della giornata o della settimana in cui ci si senta liberi e non si vada di fretta. E’ importante anche scegliere un angolo della casa consono, di solito riservato, luminoso e dove poter raccogliere anche una buona mole di materiale (riviste, cataloghi, poster…).

Scegliere i ritagli.
E’ questa la fase più importante: cercare di capire quali immagini descrivono meglio lo stato d’animo che vorremmo rappresentare, sia esso di gioia, tristezza, inquietudine oppure, e questa è la cosa che di solito invito i miei clienti a fare,  farsi catturare dall’immagine senza riflettere molto cercando così di far lavorare la parte destra del cervello quella più legata all’inconscio .  Questa ricerca si può fare utilizzando riviste o cataloghi ma anche la rete può aiutare. Allora, se riusciamo a dare un nome alle immagini che “desideriamo”, possiamo tranquillamente cercare su internet, scegliendo e stampando quelle che, d’istinto, rappresentano bene sentimenti e sensazioni del momento che vorremmo esprimere. In altre situazioni, quando cioè, si vivono stati di malinconia, rimpianto o si fa fatica ad elaborare una perdita, possono essere utili materiali personali come foto, vecchi biglietti, pagine di diario.

Fare il collage.
Una volta raccolto tutto il materiale, si può passare alla fase di assemblaggio vera e propria. E’ sufficiente scegliere un supporto ed iniziare a sistemare le varie immagini prendendosi tempo per cambiare o spostare i vari accostamenti solo quando si è soddisfatti e si sente di aver finito l’opera si può incollare  ed in seguito è molto importante dare un nome al proprio lavoro in modo da riportare a livello di coscienza quello che si è fatto di istinto ad incollare, creando gli accostamenti in base all’istinto e senza pensare al fatto di dover ottenere un’opera artistica.

Guardare se stessi attraverso il collage.
Una volta terminato il lavoro, si può passare alla terza fase, la più delicata che consiste nell’esplorazione del risultato ottenuto; soffermandosi sulle risonanze che le varie immagini evocano in noi (cosa mi dice quella foto? Cosa mi ricorda?) oppure sugli accostamenti tra i vari elementi immaginando, magari, un ipotetico dialogo tra di loro In sintesi: in questa fase è giusto guardare l’opera come un film o un fotoromanzo: con la massima sincerità possibile e cercando di dare attraverso il collage un senso allo stato d’animo di partenza cercando di dare un nome all’emozione che sale in figura dallo sfondo .

Ripetere il procedimento.
L’obiettivo dello "psico-collage" è quello di fare chiarezza dentro di sè, portando fuori emozioni e sentimenti e permettendo così, di vivere questi stati d’animo come spettatori e non come attori. Questo è fondamentale per l’elaborazione degli stessi. Però, per andare davvero in profondità dentro se stessi, non ci si può fermare ad un solo esercizio. Quindi, è importante che lo psicocollage diventi un’abitudine, un appuntamento con se stessi e con la propria interiorità.
Il Collage è una tecnica assolutamente adatta a tutti : 
  • per gli anziani può essere un modo per legare con un immaginario filo i ricordi sollecitati da immagini  oppure da vecchie fotografie 
  • per i disabili è una maniera  per innalzare la loro autostima creando qualcosa di artisticamente valido 
  • per i bambini il tagliare e incollare è uno dei primi  “giochi” che li fa sentire artisti in erba 
  • per gli adulti con la sindrome del “non so fare nulla” è un approccio che cambia completamente la loro prospettiva del “saper fare”
Per concludere possiamo dire che gli scopi principali di uno “psico-collage” sono:
  •    Favorire la comunicazione delle proprie emozioni 
  •          Promuovere l’autoconsapevolezza e l’accettazione di sé 
  •          Sviluppare la propria identità creativa ed immaginativa 
  •          Innalzare l’autostima tramite l'atto creativo

(Servizio di Manuela Longo con la consulenza tecnica di Gabriella Costa apparso su SANI E BELLI nr. 43)  

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venerdì 18 novembre 2011

Diario Visivo delle emozioni ...


www.flickr.com  io-corallo "Obliterazioni"


Il Diario clinico è uno strumento molto usato sia in campo terapeutico sia nel counseling; esso è un registro giornaliero su cui far annotare cronologicamente al cliente tutto ciò che lo riguarda sia come avvenimenti, sia soprattutto le confessioni, i sentimenti e le emozioni più profonde.
Da questo punto di vista il diario presenta dei notevoli vantaggi autoriparativi: lo scrivere, infatti, ha la capacità di favorire l’esplorazione di sé permettendo con gradualità di entrare nel mondo delle proprie emozioni in modo da dare un nome a quello che si prova consapevolizzandolo.
Inoltre esso può essere un posto sicuro, nascosto agli altri, in cui dar voce a tutte le sofferenze e i dispiaceri senza paura di essere giudicati, un momento dove ci si può auto consolare e auto sostenere.
Chi scrive il diario cerca di familiarizzare con i moti contraddittori del suo essere collocandosi su un piano altro da cui scoprire che la contraddizione non lo spacca più in due ma è parte di sé. Impara così che il lato attivo ed il lato passivo, il lato oggettuale e quello soggettivo, il lato bisognoso e quello potente gli appartengono.
Come ho già scritto in precedenti post qui e qui  l’arteterapia e il counseling espressivo puntano sulla comunicazione delle emozioni e dei sentimenti in forma visiva.
In una seduta tipica si chiede al cliente di esprimere attraverso un prodotto artistico ciò che prova nei confronti di sé e degli altri. Le emozioni sono una fonte importante di immagini e rappresentano un punto di partenza significativo per l’esplorazione di sé.
Usare l’arte è un modo per by-passare le resistenze che la nostra mente innalza per paura di toccare punti dolenti; a volte può bastare l’atto stesso di prendere la matita e tracciare linee sulla carta per cominciare a rilassarsi lasciando che emozioni e sentimenti affiorino in superficie per poi inquadrarli in un contesto.
Da qui l’invito che spesso rivolgo ai miei clienti di tenere un diario in cui la parola scritta viene sostituita da una narrazione visiva. Disegni, schizzi, scarabocchi, collage per individuare sentimenti nascosti o non riconosciuti da portare poi in seduta per trovare loro la “giusta” collocazione.

Di seguito alcuni suggerimenti per creare il vostro diario visivo:
  1.  Scegliete un blocco da schizzi di media grandezza in modo da poter essere liberi di usare diversi materiali compreso il collage.
  2. Prendete una cartellina in cui riporre i lavori .
  3. Ogni volta che vi accingete ad introdurvi un’immagine  chiedetevi: ”come mi sento oggi?” e lavorate ascoltando quello che il corpo , la mente e il cuore vi rimandano. 
  4. Cercate di tracciare semplici forme o colori, o anche solo ritagliare immagini da una rivista, per rappresentare il “come mi sento” del momento. Nessuno giudicherà quello che avete fatto, siate assolutamente liberi di depositare sul foglio tutto quello che emerge. 
  5. Se non vi sentite di disegnare, potete usare il collage, scegliendo colori superfici e immagini che rispecchino le vostre emozioni nel “qui e ora” o anche soltanto immagini e fotografie che vi attirano. 
  6. Una volta terminato, annotate la data e un breve titolo. Aggiungete poi un commento sul retro del disegno. 
  7. Se lo fate per qualche settimana, disponete in fila le immagini in ordine cronologico e riguardatele, cercando somiglianze di forma, colore o contenuto. Osservate se le figure si sono evolute nel tempo… se ci sono emozioni ricorrenti .. in che modo le rappresentate. 
  8. Provate poi a scrivere che cosa vi raccontano i vostri lavori…. Lo potete fare sotto forma di fiaba…. racconto … poesia ….

E ricordate solo voi avete la chiave per accedere al vostro mondo interiore e ri-trovare quello che siete sempre stati!!!!

mercoledì 9 novembre 2011

L'Arte-Terapia come spazio del possibile





Giovanna Lentini - Red Gallery -




Sono almeno tre le caratteristiche che ci rivelano come il processo e lo sforzo creativo nella produzione artistica possano avere una funzione “terapeutica”:
  •  La creazione di uno spazio di comunicazione flessibile con il proprio ambiente
  • La capacità di saper distinguere tra mondo interno e mondo esterno, cioè tra fantasie, desideri, bisogni e realtà
  • La capacità di regolare e trasformare le proprie emozioni.
Tutti e tre questi fattori sono strettamente interconnessi e riproducono le trasformazioni che caratterizzano la crescita cognitiva ed emotiva di ogni persona, lo sviluppo, quindi dei processi di pensiero, la possibilità di vedere gli oggetti del mondo reale e di elaborarne una rappresentazione mentale.

Nelle arti-terapie la presenza di oggetti e il ruolo che questi assumono nel processo appaiono di notevole importanza per comprendere la tecnica in quanto tale, lo spazio di comunicazione che si viene a creare tra artcounselor (o arte terapeuta) e cliente e i processi di regolazione emozionale.

Quando si parla di “oggetti” ci si può riferire tanto a “oggetti pulsionali” ossia al legame che si crea con l’agevolatore, per cui quest’ultimo diventa la “base sicura” mancata e mancante, tanto a quegli oggetti concreti, come un disegno, suoni, prodotti artistici. Questi ultimi oggetti  sono più vicini a quello che la nostra attività percettiva individua come appartenenti al mondo esterno e dotati di specifiche forme e caratteristiche strutturali che diventano però, nell’ambito della creazione artistica, simbolo di un “interno” che è impossibile fare emergere in altro modo.

Simbolo, nel significato etimologico di “mettere insieme” il fantasmatico, che corrisponde alla creazione di un secondo universo esistente solo nella mente di chi lo attua; il cognitivo, per cui l’emergere del simbolo equivale al legare mentalmente determinati eventi del mondo esterno e a fornire così una prima chiave per una comprensione olistica del mondo esterno e l’affettività, che permette all’emergere del simbolo l’elaborazione del dolore della separazione e il controllo delle emozioni.

Nello sviluppo della trasformazione simbolica dei contenuti del mondo esterno secondo la triplice valenza fantasmatica, cognitiva e affettiva si possono individuare i confini dello spazio della creatività individuale. Spazio che diventa “area transizionale” , ciò che è a metà strada tra soggetto e oggetto. Nella misura in cui creano e sostengono il legame affettivo, gli “oggetti transizionali” svolgono un ruolo positivo e offrono una dimensione creativa che permette di superare l’angoscia di separazione e di ritrovare ad un altro livello l’oggetto amato assente.

Lo spazio di creatività suggerito da Winnicott è pertanto uno spazio che si fonda su un uso attivo dell’illusione che spinge l’individuo a vivere, a modulare e regolare le proprie emozioni utilizzando anche strumenti od oggetti che possono appartenere all’esperienza artistica.

Setting arte terapeutico quindi come uno spazio del possibile in cui nulla è sicuro se non la possibilità stessa di far sì che molteplici eventi trovino un adeguato contenitore.

Il processo creativo si esplica, quindi, in un vivere pieno di significati, in un adattamento alla realtà attivo. Non è l’arte che trasforma la realtà o che cambia il mondo, ma può trasformare il linguaggio umano e l’uomo in quanto tale. E’ chiaro, in tal senso, che è l’individuo in quanto “trasformato” dall’arte che può poi tentare di trasformare la realtà con la sua vita e con la sua capacità di vivere in maniera attiva a adeguata le proprie emozioni. Il processo creativo non significa semplicemente originalità e libertà, ma implica uno sforzo a trovare nuove oggetti allargando l’ambito dell’esperienza umana.

Attraverso la regolazione delle emozioni è possibile trovare nuove forme espressive che portano alla realizzazione di opere che stimolano la ricerca di significati che prima era impossibile cogliere.


“ … tutte le arti che pratichiamo
sono un apprendistato di un’arte
più grande: la nostra vita”
M.C.Richards